La popolazione straniera ha tenuto in equilibrio Prato per anni. Oggi continua a crescere, ma non abbastanza da compensare l’invecchiamento della città.
Una storia prima di cominciare. Lunedì mattina ero al supermercato. Io, di solito, la spesa la faccio con le cuffie, quelle grandi: musica alta, lista di quello che manca su una nota del telefono, percorso rapido tra gli scaffali e via. Non sono uno che “si gode il momento della spesa”. È più un’operazione logistica che serenità.
Stavo scegliendo i mandarini quando una signora ha iniziato a parlarmi. Me ne sono accorto dal labiale. Ho tolto una cuffia e l’ho sentita: «Io non conto nulla, ma la stimo tanto. Forza».
In questi giorni mi sono arrivati molti messaggi, pacche sulle spalle, post pubblici e privati, strette di mano, abbracci, parole di incoraggiamento. Li ho letti e ascoltati tutti. Non era scontato tutto questo.
Grazie.
Lorenzo
Quello che dice un asilo che rischia di chiudere

C’è una scuola dell’infanzia a Figline che rischiava seriamente di chiudere (Opens in a new window) dopo quasi ottant’anni fino a qualche giorno fa. Oggi ha una sola classe e un futuro traballante, ma pare più sereno grazie alla mobilitazione di genitori e della comunità del paese.
Non è una storia eccezionale, è piuttosto piccola a guardarla bene, parliamo di una manciata di bambini e bambine. Ma partiamo da qui per fare un discorso più ampio.
La possibile chiusura dell’asilo di Figline non racconta solo una difficoltà organizzativa o una concorrenza tra scuole. Racconta qualcosa di più grande: come cambia una città quando nascono meno bambini e bambine. E come decisioni che sembrano tecniche, accorpare, razionalizzare, aspettare i numeri, siano in realtà l’effetto finale di dinamiche demografiche che agiscono molto prima e molto più a fondo.
È da qui che si può guardare alla fotografia di Prato nell’ultimo anno: partiamo da un servizio che per decenni è stato dato per scontato e che oggi non lo è più.
Perché il 2025 è un anno diverso
Al 31 dicembre 2025 il comune di Prato ha 196.308 residenti (dati dell’ufficio statistiche comunale (Opens in a new window)). È un numero leggermente più basso rispetto all’anno precedente (-270 persone). La diminuzione è piccola, quasi impercettibile, ma segna un passaggio importante: per la prima volta dopo molti anni la popolazione complessiva cala nonostante la popolazione straniera continui a crescere (+1.026 persone).
Per capire perché questo dato conta, bisogna fare un passo indietro e spiegare cosa ha reso Prato “diversa” da molte altre città italiane negli ultimi decenni.
Prato non è mai stata una città che invecchiava meno delle altre o in cui si moriva meno (è la provincia più giovane (Opens in a new window) della Toscana). Il suo elemento distintivo è stato un altro: una presenza straniera molto consistente, arrivata in gran parte nelle fasce centrali d’età, che si è fermata sul territorio e che per lungo tempo ha avuto anche tassi di fecondità più alti rispetto alla popolazione italiana.
Questo ha prodotto un effetto preciso: mentre gli italiani facevano meno figli e invecchiavano, gli stranieri compensavano sia con gli arrivi sia con le nascite. Il risultato era una città che, nei numeri complessivi, teneva.
Questo meccanismo non è scomparso: negli ultimi anni si è indebolito. I dati mostrano che la popolazione straniera continua ad aumentare anche nel periodo più recente, ma cresce molto meno di quanto cresceva in passato. Se negli anni Duemila e nei primi anni Dieci l’incremento era forte e continuo, dal 2017 in poi la crescita rallenta visibilmente. Gli aumenti annui sono più contenuti e a tratti quasi piatti.
Gli stranieri crescono ancora, ma non come prima
Ci sono due ragioni principali. La prima è che i flussi migratori si sono stabilizzati: il comune di Prato non è più nella fase dell’espansione rapida. La seconda è che la popolazione straniera è ormai una popolazione insediata. Questo significa che i comportamenti cambiano. In particolare, la fecondità delle donne straniere, che dieci o quindici anni fa era nettamente più alta di quella delle italiane, oggi si è sostanzialmente allineata.
È un passaggio tipico dei processi di stabilizzazione: quando una popolazione smette di essere “di arrivo”, smette anche di avere comportamenti demografici molto diversi dal contesto in cui vive. In parte questo dipende dall’adattamento al paese di insediamento, ma può anche essere l’indice di un miglioramento complessivo delle condizioni di vita: non è solo che, vivendo in un contesto più ricco, “si fanno meno figli”, quanto che, con l’aumento di sicurezza economica, accesso ai servizi e prospettive di lungo periodo, cambiano scelte e abitudini riproduttive.
Nel frattempo, l’altra grande dinamica non si è fermata. Il comune di Prato, come il resto d’Italia, invecchia. Le generazioni più numerose entrano nelle età anziane e il numero dei decessi aumenta. Il saldo naturale è negativo e pesa sempre di più. La popolazione straniera, concentrata nelle fasce centrali e con tassi di mortalità bassi, continua a svolgere un ruolo di freno, ma non ha più la forza sufficiente per compensare del tutto questo squilibrio.
È così che si arriva al dato del 2025. Crescono troppo poco rispetto al peso dell’invecchiamento complessivo. Il segno meno compare non come shock, è un esito coerente di una tendenza che era già visibile negli anni precedenti.
Famiglie sempre più piccole
Questa trasformazione si vede bene anche guardando alle famiglie. I nuclei familiari continuano ad aumentare di numero, superando quota 81 mila (dato del 2024 sempre dell’ufficio statistiche comunale), mentre la popolazione diminuisce. È un effetto noto: le famiglie diventano più piccole.
Nel comune la forma più diffusa è ormai quella della persona sola, seguita dalle famiglie di due componenti (insieme rappresentano circa il 40% complessivo). La coppia con figli non è più la struttura “normale”, ma una delle tante possibili. Tra le famiglie italiane prevalgono nuclei piccoli e anziani; tra quelle straniere restano più frequenti famiglie più giovani e più numerose, ma anche qui la spinta è meno forte rispetto a dieci anni fa.
Messa insieme, la fotografia del 2025 racconta una città che non sta crollando e non si sta svuotando rapidamente. Racconta però una città che ha perso parte del suo vantaggio demografico. Prato resta, rispetto a molte altre realtà, meno esposta agli effetti più duri dell’inverno demografico, ma non è più protetta automaticamente.
Prato non è (ovviamente) un’eccezione

Quello che succede a Prato, insomma, non è un’eccezione isolata ma una declinazione locale di una tendenza molto più ampia, come mostra un’analisi recente (Opens in a new window) di Neodemos. In Italia l’invecchiamento accelera ovunque, ma non alla stessa velocità: tra il 2019 e il 2025 la popolazione è diminuita di circa 900 mila persone e l’indice di vecchiaia è salito rapidamente, segno che il problema non è solo “quanti siamo”, ma come siamo distribuiti per età.
Per misurare questa differenza tra territori, Neodemos utilizza un indicatore sintetico (l’IVD, Indice di vivacità demografica) che combina natalità, mortalità, migrazioni e struttura per età. Quello che emerge è che i territori più “vivaci” non sono immuni dal declino: anzi, negli ultimi anni sono proprio quelli che stanno peggiorando più velocemente, riducendo il loro vantaggio rispetto alle aree già fragili. Le città e le zone ben collegate, vicine ai servizi, restano più dinamiche delle aree interne e periferiche, ma la distanza si accorcia.
Letta così, la traiettoria di Prato appare meno anomala: anche qui il rallentamento nasce dal fatto che il margine di protezione demografica – garantito per anni da una forte presenza nelle fasce centrali d’età – si sta consumando. Perché corre meno veloce di prima in una corsa in cui tutti, ormai, stanno rallentando.
Il segnale che arriva da un asilo

La demografia, come spesso accade, anticipa i problemi prima che diventino evidenti. Il 2025 è un anno di emergenza? La risposta è no: è l’anno in cui diventa chiaro che Prato non può più limitarsi a galleggiare grazie alle dinamiche del passato. Da qui in avanti, il futuro della città (e del Paese) dipenderà sempre di più da scelte concrete: lavoro, casa, servizi, qualità della vita. È lì che si giocherà la capacità di restare una città viva, anche in un contesto di popolazione che cresce meno, o smette di crescere.
Tutto questo, però, rischia di restare astratto finché non si traduce in scelte concrete. La demografia agisce lentamente, ma quando inizia a produrre effetti visibili lo fa sempre nello stesso modo: con piccole decisioni amministrative, accorpamenti, valutazioni “tecniche” basate sui numeri. È lì che una tendenza diventa realtà quotidiana. È in quel punto preciso che la fotografia del 2025 incontra la storia dell’asilo a Figline.
L’appuntamento della settimana: due classici della cultura russa, lo stesso giovedì sera

Giovedì 29 gennaio a Prato succede una di quelle coincidenze curiose che vale la pena segnarsi. Da una parte, al Garibaldi, Paolo Nori racconta Delitto e castigo (Opens in a new window), cioè il romanzo con cui Fëdor Dostoevskij torna a essere Dostoevskij, e che continua a sanguinare dentro chi lo legge (parole di Nori). Credo sia sold out.
Dall’altra, al Terminale Cinema (Opens in a new window), viene proiettata La corazzata Potëmkin di Sergej M. Ejzenstejn, a cento anni dalla prima proiezione, con sonorizzazione dal vivo.
Due classici della cultura russa nello stesso giovedì sera: un piccolo mini-festival, senza volerlo.
La programmazione dei film al cinema: Terminale (Opens in a new window), Eden (Opens in a new window), Pecci (Opens in a new window), Garibaldi (Opens in a new window).
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
“Conquistadora” di Chantal Claret. Ho recuperato una serie che in molti e molte avevano osannato: Pluribus (Opens in a new window), l’ultima, grande fatica di Vince Gilligan, già ideatore di Breaking Bad e Better Call Saul, due delle mie serie preferite. Tutto funziona: una storia che ti tiene incollato allo schermo, Rhea Seehorn straordinaria nel ruolo da protagonista. E, come in tutte le serie di Gilligan (ne avevamo già parlato), la colonna sonora non è mai casuale e diventa sempre un’occasione per scoprire piccole perle.
Questa canzone accompagna i titoli di coda del finale: sembra un brano antico, uno di quelli anni Settanta che Tarantino infilerebbe in un suo film. Invece è di una cantautrice americana del 1982.
https://www.youtube.com/watch?v=YLEwWqgq9IQ (Opens in a new window)La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (Opens in a new window).