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Tradimento, un racconto lovecraftiano

Quando li hanno ripescati i tedeschi erano gonfi come palloni.

Io li ho visti mentre andavo al lavoro, li avevano distesi sullo squero e i pescatori dicevano mai visto niente del genere perché i tedeschi erano giovani, due ragazzini, una coppia forse, difficile da dire.

Sono rimasto sotto la pioggerella d’ottobre a guardare finché ho potuto, poi l’orologio mi ha richiamato al dovere e sono andato in ufficio.

In ufficio non facevo altro che pensare al tatuaggio e mi sono beccato anche una lavata di capo per un’assicurazione scaduta di cui non ho sollecitato il rinnovo. Il cliente era perso e il titolare furioso perché bisognava giustificare all’agenzia di Genova il rendimento scadente della nostra filiale.

Ma non c’era molto da assicurare in un posto come Morcone.

E comunque a me non interessava nulla né dei tedeschi affogati, né tantomeno del rendimento a picco della nostra filiale. Mi interessava solo quello stramaledetto tatuaggio.

Come ho potuto non notarlo prima è una cosa da diventarci matti. Sì, certo, è nascosto nell’incavo dell’ascella sinistra ma non si può certo dire che dopo tanti anni di matrimonio non conosca il corpo di mia moglie Elena.

E se ieri non avesse deciso di farsi la coda di cavallo, una pettinatura mai usata, avrei continuato a ignorare l’esistenza di quella scritta.

Una scritta indecifrabile. Volutamente forse.

Che significa?

Non lo so.

Come non lo sai?

Così.

Così come?

Non ci sono molte ragioni per cui una donna sposata, dopo tanti anni, cambia pettinatura. Ce ne sono ancora meno per farsi un tatuaggio. L’aveva già quando l’ho conosciuta, oppure è nuovo? E se è nuovo, come ha fatto a farselo senza che me ne accorgessi?

La giornata è passata lentamente, come una lunga immersione nelle acque invernali. Ho parlato, ho scritto, ho usato il computer, ho fatto visita a diversi assicurati e non ricordo nulla. È come se avessi staccato la mia mente per un giorno intero. Quando mi sono ripreso erano le sei di sera e l’ufficio era deserto.

Fuori il temporale stava arrivando dal mare. In lontananza era un lotta di attriti tra le nubi grigie e il mare color ghisa. Qua e là i lampi si scaricavano in acqua.

I pescatori avevano assicurato le barche. Non c’era più traccia dei due tedeschi affogati, i tavolini sulla piazza erano stati impilati e legati, gli ombrelloni chiusi. Il vento ti tagliava la pelle.

A casa Elena era la solita Elena.

A scuola avevano ritirato un bambino arabo, problemi con la famiglia, un peccato, succedeva sempre più spesso. Avevo visto i due ragazzi morti? Sì? Che tragedia, così giovani…

Mentre cucinava sorrideva e canticchiava.

Sotto il getto bollente della doccia mi domandai cosa mi fosse sfuggito, cosa avessi trascurato. Trovai la tavola apparecchiata per uno. Lei usciva. Non me lo ricordavo? Eppure me l’aveva detto.

Quando torni?

Non so, tu non mi aspettare.

Non ho mai mangiato una cena più gelida.

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