Il racconto nelle parole di Roberto Castellani, tra i pochi pratesi sopravvissuti alla deportazione a Mauthausen e tornati a casa.

Questa settimana è stata annunciata (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) a Prato una manifestazione nazionale prevista per il 7 marzo e dedicata al tema della “remigrazione”, un termine usato da movimenti dell’estrema destra per indicare il rimpatrio forzato di stranieri, anche regolari ma ritenuti “non integrati”: propone l’espulsione come progetto politico. La scelta della data ha suscitato critiche e prese di posizione (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) da parte di sindacati, associazioni e forze politiche locali.
Il motivo è legato alla storia della città. Il 7 marzo 1944, dopo lo sciopero generale nel distretto tessile e a poche ore da un violento bombardamento alleato, iniziarono gli arresti che portarono alla deportazione di 133 pratesi nei campi di concentramento nazisti. Molti di loro non tornarono.
Sabato 28 febbraio è stata indetta un’assemblea da Sudd Cobas e Comitato 25 Aprile al circolo Curiel in via Filzi alle ore 15,30 per organizzare una contromanifestazione.
Roberto Castellani aveva diciassette anni quando fu arrestato in centro a Prato per aver partecipato a quello sciopero. Pochi giorni dopo fu deportato a Mauthausen e poi nel sottocampo di Ebensee. Dei 133 pratesi partiti ne tornarono soltanto diciannove. Lui fu uno di quelli.
Quell’esperienza lo segnò per sempre e la testimonianza divenne un impegno pubblico. Per decenni ha raccontato nelle scuole cosa significò essere caricati su un vagone con la scritta “Operai volontari per la Germania”, vivere sotto il fascismo, l’occupazione e il lager. Da presidente dell’ANED di Prato ebbe un ruolo decisivo nella nascita del Museo della Deportazione e Resistenza di Figline e fu tra i promotori del gemellaggio tra Prato ed Ebensee, costruito dove prima c’era stata la barbarie.
Quest’anno avrebbe compiuto 100 anni. Quello che leggerete è la trascrizione letterale di alcune interviste (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).

“Sono stato preso per via dello sciopero: a Prato, quasi tutti sono stati presi per via dello sciopero che era stato dichiarato a livello nazionale, che era il primo sciopero che io facevo, perché durante il fascismo era proibito fare sciopero: anzi, addirittura, era una parola nuova per noi giovani italiani, perché sotto le dittature non esiste fare sciopero, e quando ci dissero di fare sciopero, ci restò quasi una cosa incomprensibile.
Arrivo lì, indò c’è la caserma Sette Soldi, in via Marco Roncioni, c’è un picchetto di persone con un mantellone nero, mi fermano, dice: “Indò tu vai?” “A lavorare” “Sì, guarda, è sciopero, se tu credi sarebbe meglio tu tornassi a casa”, e a quel punto io tornai a casa. Si seppe, nei giorni successivi, che lo sciopero era completamente riuscito: non ci fu nessuno che andette a lavorare, e anche quei pochissimi che andettero non potettero mettere in moto né le macchine e neanche lavorare, perché non potevano mica accendere la caldaia per un operaio solo, o per un tessitore.
Lo sciopero finì il 5, era di domenica, e il giorno 6 ci si presentava tutti a lavorare, come regolare. La mattina del 7 suonò l’allarme e alle ore 11 venne un forte bombardamento degli Alleati a Prato.
Alla fabbrica dove ero io ci cascò 4 bombe, la fu quasi tutta distrutta. In Sant’Agostino ci cascò le bombe, morì anche una trentina di persone, mi ricordo.
Allora noi s’eramo giovani, avevo 17 anni appena…trovo degli altri ragazzi della mia età, si dice “S’ha a andare a vedere i bombardamenti che c’è stato a Prato?” “Sì, andiamo a vedere”. Al ritorno quando s’arriva in piazza San Francesco, si trova dei repubblichini, e carabinieri, tutti lì pronti. E un repubblichino vestito in borghese ci ferma e ci domanda chi siamo, e noi gli si dice, non s’aveva nulla da temere perché non c’era nulla, e ci fa: “Dove andate?” “Siamo stati a vedere i bombardamenti, ora si va a casa”, “No, no”, dice, “ora voi state fermi qui. Datemi i documenti”, gli si dà i documenti, la carta d’identità e addirittura il carabiniere sapeva già forse quello che doveva succedere, a quanto sembra, perché dopo queste cose le vengono in mente negli anni, tu ci rifletti su quello che il carabiniere disse: “Un momento” - gli fece al repubblichino, a quello vestito in borghese – “ma guarda, ma questi sono ragazzi, hanno 17 anni, perché si deve pigliare anche loro? Mandali via”. E allora gli rispose il repubblichino, proprio con queste parole: “Sta zitto perché sennò tu ci vai anche te”: i repubblichini sapevano benissimo quello che facevano e sapevano quello indove noi ci dovevano consegnare e quello che noi si doveva subire.
Noi ci presero e ci portarono in Fortezza (il Castello dell’Imperatore) , lì dai repubblichini, poi ci prese un pullman e ci portarono in piazza Santa Maria Novella alle Scuole Leopoldine, la sera; s’arrivò lì e trovai altre persone che erano già state prese a Prato e tra questi ci trovai anche il Pitigliani, che lui era ebreo, pensi che situazione! Lo conoscevo.
Disse “Oh Castellani, ci sei anche te?” E io ebbi un po’ di paura e dissi: “Icché ci fanno?” “Eh, non ci fanno nulla, stai tranquillo domani ci mandano via tutti, o forse, dice, ci manderanno a fare dei fossati a fare delle trincee”.
La mattina dell’8 marzo arrivarono tanti altri, tanti tanti, più che la sera. Furono presi nelle fabbriche, perché io mi ricordo quelli del Lucchesi, quelli del Campolmi, che l’industriale stesso aveva telefonato per farli pigliare, e funno portati lì.
Però, bisogna dare atto anche che gli industriali pratesi si comportarono bene, benissimo, perché la grande maggioranza telefonarono, andarono loro stessi nella fabbrica a dire “Scappate perché sennò viene i nazisti a pigliarvi, anzi i fascisti” e difatti gli operai scapparono quasi tutti, all’infuori come ho detto, di quelle due fabbriche. Di questi operai non è tornati quasi nessuno; del Campolmi n’è tornati tre, e del Lucchesi sono morti tutti, erano 19, sono morti tutti.
Poi, verso le 4 e mezzo, le 5, prendano noi, ci mettan tutti in fila, ci mettano coi fiorentini, coi livornesi, siamo tanti, tanti toscani, e ci caricano sui camion e ci portano in stazione ai vagoni, questo me lo ricordo benissimo, c’era scritto con del gesso sopra “Operai volontari per la Germania”.
Mi ricordo che si partì da Firenze e si arrivò a Prato, ci fermarono qui: noi s’eramo tutti sbarrati, tutti chiusi dentro, e si sentiva arrivare altri treni e scendevano le persone che dicevano “O icché c’è in quel vagone? Icché c’è? Operai volontari per la Germania” “In quei vagoni lì?”, sicché si avvicinavano, si sentivano le SS, le rimandava via, le faceva scappare queste persone. C’era chi buttava i bigliettini…
E di lì poi il viaggio uno se lo pole immaginare: stare lì tutti insieme, bisognava fare tutti i bisogni lì, non si scendeva mai, non si mangiava, l’era solamente la sete, la sete: noi si passava da quei paesi dove c’era la neve, si desiderava che qualcuno ci tirasse la neve per dissetarci ma non si poteva avvicinare nessuno.
S’arrivò a Mauthausen il giorno 11 marzo 1944.
Roberto Castellani (Prato, 1926 - 2004)
Un podcast dedicato alle deportazioni di Prato

Nel 2024, a ottant’anni dallo sciopero del 7 marzo e dalle deportazioni che ne seguirono, ANED Prato e il Museo della Deportazione e Resistenza mi hanno commissionato un podcast che raccogliesse le voci dei familiari di alcuni protagonisti di quei giorni.
Sono cinque storie diverse, ma legate quasi tutte (ce n’è anche quella di Almo Santi, che si salvò dalla deportazione per caso) dallo stesso vuoto: quello lasciato dagli arresti, dai rastrellamenti, dai treni diretti verso Mauthausen ed Ebensee. È un racconto che prova a spostare lo sguardo anche su chi rimase a casa, su chi visse la deportazione da lontano, nell’attesa e nell’incertezza.
Si intitola “Prato: Memorie di famiglia” ed è disponibile sulle principali piattaforme di streaming. Registrazione, montaggio e produzione (persino la grafica del podcast) sono fatti interamente da me. La qualità è quella di un lavoro artigianale, ma le storie, ve lo assicuro, sono più forti di qualsiasi imperfezione tecnica.
Ascolta su Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) oppure su Spreaker (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
Un’intervista dedicata all’antifascismo
Nuova puntata della Bocciofila di Buzz Prato: ospite lo storico Enrico Iozzelli. Parliamo di antifascismo, di scuole, di alcune parole che ritornano, di chi ama dividere il mondo in “noi” e “loro”, chi viene prima e chi dopo.
Io pensavo che non sarebbe stata una buona idea pubblicare un episodio su questo tema nella settimana di Sanremo, e invece a volte la cronaca ti sorprende.
Disponibile su Youtube (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) o su Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).
https://www.youtube.com/watch?v=dx-FUjPK0S4 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
“Ayx Disco” degli Ayx. “And now for something completely different”, come dicevano i Monty Python: non possiamo fare finta che non ci sia Sanremo questa settimana. Nel 1979 uno strano gruppo pratese, gli AYX, portarono a Sanremo un brano che mescolava disco, rock e coreografie da pista da ballo. Erano una band atipica per l’Ariston: calzamaglie nere, sedici ballerini e un suono internazionale.
Una chicca che vi invito ad ascoltare, su Instagram si trova pure il video dell’esibizione (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). Non c’è su Spotify, quindi non finisce nella playlist.
https://www.youtube.com/watch?v=De8IsHL-L6s (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)