L'ultimo episodio di Maledetti Toscani e il racconto di un incontro dedicato al suolo, l’acqua e la città.
Nell’ultima puntata di Maledetti Toscani chiudiamo questo viaggio dentro le elezioni regionali della Toscana. Partiamo da chi di solito non ha voce: le ragazze e i ragazzi di Prato, spesso raccontati in modo paternalistico, ma che quando li ascolti ti spiegano la politica meglio di molti adulti.
Poi, una riflessione su chi non voterà: non per disinteresse, ma perché non può. E ancora: il confronto finale tra i programmi di Eugenio Giani, Alessandro Tomasi e Antonella Bundu.
Il commento di questa settimana è di Lorenzo Pregliasco, giornalista e fondatore di YouTrend, per capire cosa ci dicono i numeri e cosa aspettarci da questo voto.
La sigla del podcast è un brano originale (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)di Giovane Veltro e Roen. La foto della grafica è di Paola Ressa. Scrittura, registrazione e montaggio sono a cura di Lorenzo Tempestini.
Maledetti Toscani è libero e gratuito per tutte e tutti, reso possibile grazie a chi in queste settimane ha già deciso di abbonarsi a Buzz Prato. Più saremo, più progetti come questo potranno crescere nei prossimi mesi.
Fatemi sapere se vi è piaciuta la puntata: se preferite, il podcast si può ascoltare anche su (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
La settimana
Un riassunto dei fatti principali della settimana a Prato.

Una settimana di piazze a Prato per la Palestina
Tutto è cominciato mercoledì sera, quasi all’improvviso.
La notizia del blocco della Freedom Flotilla, la flottiglia di aiuti umanitari diretta a Gaza, aveva iniziato a circolare nel pomeriggio. Poche ore dopo, in piazza del Comune, si sono ritrovate alcune centinaia di persone: studenti e studentesse, insegnanti, attivisti e attiviste, cittadini e cittadine arrivati all’ultimo. Una piazza nata dal passaparola, che in poco tempo si è trasformata in un presidio compatto e silenzioso, rotto solo dagli slogan: “Cessate il fuoco subito”, “Palestina libera”.
Da quella sera, la mobilitazione non si è più fermata.
Giovedì: la città si mette in cammino
Il giorno dopo, la piazza è tornata a riempirsi. Stavolta non solo per restare ferma.
Dalle 18, il presidio sotto la statua del Datini si è trasformato in un corteo lungo via Santa Trinita e via Roma, fino a diventare un fiume di duemila persone diretto verso l’ospedale Santo Stefano, dove si teneva un presidio dei Medici per Gaza.
Quando, all’altezza del Soccorso, i manifestanti hanno deviato sulla Declassata, bloccando il traffico in entrambe le direzioni, la protesta ha assunto il suo significato più simbolico: interrompere la normalità per denunciare un’altra interruzione, quella del mare sigillato dalla marina israeliana.
Venerdì mattina: lo sciopero generale
Il giorno successivo è stato quello dello sciopero generale per Gaza, indetto dai sindacati di base e sostenuto dalla Cgil.
Da piazza Mercatale, studenti e studentesse delle superiori, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno marciato fino a piazza Santa Maria delle Carceri. Molti portavano cartelli fatti in casa, altri le bandiere della pace. Era una manifestazione diversa da quella del giorno prima, più ordinata ma non meno sentita: “Non c’è pace senza giustizia” era la frase più ripetuta.
Venerdì sera: bloccare le merci
Nel pomeriggio, la protesta si è spostata ai cancelli dell’Interporto di Gonfienti, dove centinaia di lavoratori del Sudd Cobas, sostenitori e sostenitrici hanno dato vita a un blocco dei tir in entrata e in uscita.
Un gesto dal forte valore politico, pensato per collegare la protesta contro la guerra a Gaza con il mondo del lavoro e della produzione.
“Ogni giorno da qui partono merci dirette in Israele - hanno detto gli organizzatori -. Se il governo resta complice, tocca a noi fermare il commercio del genocidio”.
Un’onda senza precedenti
In cinque giorni, Prato ha visto sfilare migliaia di persone, in un movimento che ha unito studenti e lavoratori, cittadini italiani e migranti, associazioni pacifiste e sindacati.
Le immagini delle piazze piene, dei tamburi sulla Declassata e delle bandiere palestinesi davanti ai capannoni del distretto tessile hanno fatto il giro dei social, restituendo una fotografia insolita: una città operaia che torna a muoversi insieme, a prendere parola e a fermarsi per Gaza.
Un nuovo appuntamento (e non sarà l’ultimo)
La mobilitazione non si è conclusa. Mercoledì 8 ottobre, alle 18, c’è stato un nuovo presidio cittadino dedicato alla Palestina, alla Freedom Flotilla e alla campagna internazionale Thousand Madleens.
Un altro momento di partecipazione, nato ancora una volta dal basso, in una città che per una settimana intera — forse per la prima volta — si è scoperta parte di un movimento globale per la giustizia e la pace.
Buzz Prato (dal vivo) #1
Mercoledì 15 ottobre, ore 18.30
Partiamo con il primo appuntamento dal vivo di Buzz Prato. Un incontro a numero chiuso (circa 30 persone) per chiacchierare insieme della città: idee, approfondimenti, discussioni. I posti sono limitati e la precedenza è per chi è abbonato/a.
Per prenotarsi è necessario compilare il form. Il luogo dell’incontro (zona centro) verrà comunicato nei prossimi giorni tramite mail.
Il suolo, l’acqua e la città
Come Prato può imparare a convivere con i limiti del suo territorio

Sabato 27 settembre, all’interno di Antares, festival di cura e cultura al circolo 29 Martiri di Figline, si è tenuto un incontro con un titolo semplice: “Il suolo, l’acqua, la città”. È partito da una domanda che a Prato si sente spesso, specie dopo l’alluvione del novembre 2023: «Ma non basterebbe pulire i fossi?».
Da lì si è sviluppato un ragionamento più ampio, che ha mostrato come la questione ambientale non si possa ridurre alla manutenzione, ma riguardi il modo stesso in cui abbiamo costruito la città.
A parlarne sono stati Alberto Tomei, geologo pratese che da anni collabora con i comuni toscani per la pianificazione urbanistica, e Davide Fanfani, professore associato di Tecnica e pianificazione urbanistica all’Università di Firenze, tra i promotori del Parco agricolo della Piana Firenze-Prato.
Da dove arriva l’acqua (e perché non sappiamo più gestirla)
Tomei ha aperto l’incontro ricordando che «per capire cosa succede a valle, bisogna guardare a monte».
Prato è una città costruita interamente in pianura, ma appena sopra ci sono le colline della Calvana e del Monteferrato, da cui scendono i torrenti che attraversano la città.
La differenza tra le due zone è netta.
«Il bacino della Bardena», ha spiegato Tomei, «è formato da rocce vulcaniche compatte: l’acqua non filtra, scorre via veloce e arriva in città in poche decine di minuti. La Calvana invece è calcarea, più permeabile, e trattiene meglio la pioggia».
Negli ultimi decenni, però, anche la vegetazione ha cambiato le dinamiche idriche. I boschi di pini piantati negli anni Cinquanta sul Monteferrato sono radi e trattengono poca acqua, mentre sulla Calvana, che un tempo era quasi brulla, il verde è cresciuto a dismisura: «Il nome stesso Calvana — ha ricordato Tomei — indicava un territorio calvo. Oggi è l’opposto».
Il risultato è che i bacini collinari rilasciano acqua in modo irregolare e concentrato, mentre la pianura, ormai quasi interamente urbanizzata, non è più in grado di assorbirla.
Le gore, una città costruita sull’acqua
Prato, ha ricordato Tomei, «è nata e si è sviluppata proprio grazie all’acqua».
Dal Medioevo il sistema delle gore, i canali che derivavano acqua dal Bisenzio, forniva energia ai mulini e alle gualchiere, irrigava i campi, faceva funzionare l’industria tessile ante litteram.
Quel reticolo artificiale, costruito tra il XII e il XIII secolo, era un capolavoro di ingegneria idraulica diffusa. Ma tra anni Settanta e Ottanta, con l’espansione urbana e la legge Merli sull’inquinamento, le gore vennero progressivamente coperte e inglobate nella rete fognaria.
«Oggi», ha detto Tomei, «riaprirle non avrebbe senso: sopra ci abbiamo costruito la città. E l’acqua che scorre in quei tubi non è più quella del Bisenzio, ma acqua di scarico».
In questo intreccio di corsi d’acqua naturali e artificiali, Prato ha perso la capacità di gestire i deflussi. Il sistema fognario, unico per acque nere e meteoriche, durante le piogge intense “scola” nei fossi. Gli argini del dopoguerra sono logori, i ponti hanno sezioni troppo strette, e non ci sono aree libere per creare casse di espansione.
«Siamo arrivati a un punto di saturazione», ha detto Tomei. «Gli eventi estremi ci trovano impreparati non per mancanza di tecnologia, ma per come abbiamo occupato tutto lo spazio disponibile».
Difendersi “di rimessa”
Nel suo intervento, il geologo ha usato toni molto concreti: «Per quest’inverno non ci sono soluzioni miracolose. Chi vive in zone basse deve imparare a proteggersi: spostare l’auto, mettere paratie, sigillare i garage. È una difesa di rimessa, ma necessaria».
E ha aggiunto: «Siamo stati abituati a pensare che la tecnologia ci avrebbe salvato da tutto. In realtà, certe opere oggi non si possono più fare: non puoi alzare un ponte se ci passano sopra i mezzi dei pompieri, non puoi demolire interi quartieri per allargare un argine. Tocca fare scelte difficili e convivere con il rischio».
Ripensare la pianificazione
Da qui è partito il ragionamento di Davide Fanfani, che ha spostato lo sguardo dalla geologia alla politica urbana.
«La pianificazione territoriale», ha detto, «è nata nell’Ottocento per organizzare la crescita. Oggi deve imparare a gestire il limite».
Secondo Fanfani, la crisi climatica impone un cambio di paradigma: non si tratta più di “contenere i danni dello sviluppo”, ma di ridurre la pressione sul territorio. Il suolo, spiega, «non è solo un luogo dove costruire, è una infrastruttura naturale: filtra l’acqua, regola il deflusso, cattura carbonio, sostiene biodiversità. Consumare suolo significa perdere questi servizi».
I dati dell’ISPRA confermano che la piana tra Firenze e Prato è tra le aree più cementificate d’Italia, con oltre il 40% del territorio coperto da edifici e strade.
«Non è solo una questione di quantità», ha precisato Fanfani, «ma di qualità: l’urbanizzazione è frammentata, dispersa, piena di capannoni e parcheggi che spezzano la continuità ecologica e impediscono all’acqua di infiltrarsi».
L’agricoltura come infrastruttura
Una possibile via d’uscita, ha spiegato Fanfani, è riportare l’agricoltura dentro il discorso urbano.
«Non come decorazione verde o nostalgia contadina», ha precisato, «ma come parte integrante del sistema città».
È l’idea alla base del Parco agricolo della Piana, approvato nel 2014 ma ancora in attesa di piena attuazione. Il Parco copre più di 7.000 ettari e coinvolge otto comuni. A Prato, secondo i dati Artea, ci sono quasi 300 aziende agricole attive: seminativi, orti, allevamenti, piccole produzioni locali.
«C’è chi pensa che l’agricoltura sia solo quello che resta da urbanizzare», ha detto Fanfani. «In realtà è una risorsa economica e ambientale. Trattiene l’acqua, mantiene il paesaggio, produce cibo e occupazione. E rafforza il legame tra cittadini e territorio».
Ha citato esperienze nate negli ultimi anni: la filiera del grano GranPrato, che garantisce un prezzo equo agli agricoltori e produce pane locale; il recupero della razza bovina Calvana; e il mercato contadino Terra di Prato, oggi tra i più importanti della Toscana.
«Sono piccole economie», ha detto, «ma tutte mostrano la stessa cosa: che la cura del territorio è anche sviluppo».
Reti ecologiche e città resilienti
Fanfani ha poi mostrato come la città possa intervenire su scala urbana. Non con grandi opere, ma con una serie di pratiche diffuse:
raccogliere e riutilizzare le acque piovane,
creare rain garden e bacini di laminazione nei parchi,
rinaturalizzare tratti di torrenti come il Vella,
riconnettere parchi, campi e giardini in una rete verde continua.
«È quello che in Europa si chiama retrofitting urbano», ha spiegato: «non demolire per ricostruire, ma adattare ciò che c’è, rendendo ogni pezzo di città più permeabile, più connesso, più vivo».
Vivere nei limiti
A chi gli ha chiesto se esiste una soluzione concreta “per quest’inverno”, Tomei ha risposto onestamente: «No, non c’è. Ci sono solo scelte da fare nel lungo periodo, e un po’ di buonsenso nel frattempo».
E Fanfani ha chiuso così: «Per decenni abbiamo pensato che bastasse aggiungere un’opera per risolvere un problema. Ora dobbiamo imparare a togliere: togliere consumo, togliere impermeabilità, togliere arroganza verso il territorio. È una questione culturale, prima che tecnica».
Una lezione per la città
L’incontro di Figline è stato, in fondo, una lezione di geografia civile.
Per capire che dietro un’alluvione non c’è solo la pioggia, ma decenni di scelte e di omissioni.
E che “il suolo, l’acqua e la città” non sono tre problemi separati, ma tre modi di raccontare la stessa cosa: come viviamo lo spazio che abitiamo, e quanto siamo disposti a cambiarlo per renderlo più vivibile.
L’agenda
Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.

Giovedì 9 ottobre un paio di eventi interessanti: un appuntamento al Pecci dedicato alla Palestina (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre); un reading dedicato a Goliarda Sapienza (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) al Ridotto del Teatro Politeama con l’attrice Donatella Finocchiaro e la regista Livia Gionfrida.
Venerdì 10 ottobre al Teatro Politeama c’è la finale del Concorso di composizione sinfonica “Dante 700 – La dolce sinfonia di Paradiso” (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) della Camerata Strumentale di Prato: esecuzione di tre partiture inedite per orchestra sinfonica dedicate all’ultimo Canto del Paradiso. Dopo l’ascolto verrà decretato il vincitore.
Sabato 11 ottobre nella Biblioteca Lazzerini c’è il Premio Prato Poesia Nicola Fini (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
Cinema
Al Cinema Eden è ancora in programmazione “Una battaglia dopo l’altra” con Leonardo Di Caprio e da questa settimana “Tre Ciotole”, tratto dall’omonimo libro di Michela Murgia. Al Terminale (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) ancora in programmazione “La Voce di Hind Rajab” e da questa settimana “La città di Pianura” di Francesco Sossai. Al Pecci sabato 11 ottobre c’è una rassegna di film cinesi (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).
I matti della città di Prato
Ecco i tre matti di Prato della settimana scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos), nato da un laboratorio con Paolo Nori. Persone più o meno eccentriche, più o meno matte.
Un abitante di via Luigi Pirandello si era accorto che la maggior parte dei mariti residenti nella strada erano morti. Una sera cambiò il nome sulla targa della strada con via delle Vedove. Venne denunciato dalle vedove arrabbiate.
Uno era stato multato dalla polizia municipale che lo aveva sorpreso a fare la pipì a un angolo di corso Mazzoni. Si era arrabbiato così tanto che da allora si fermava a tutti gli angoli delle strade del centro storico e faceva finta di fare la pipì. Per tutti divenne Cane Sciolto.
Uno che sosteneva di saper riconoscere la qualità di trattorie e ristoranti solo dal nome e dall’insegna.
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter
“Clima di tensione” dei Sangue Misto. Traccia numero 2 del disco SxM, Bologna 1994. Storia del rap italiano. “Preso male vero”: la potete ascoltare anche su Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).
https://www.youtube.com/watch?v=hZfCAlZiCi4 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)