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Dieci anni dopo: la Festa delle Luci e tutto quello che è rimasto in mezzo

Come Prato ha evitato di guardarsi come società plurale (e perché oggi ne paga il ritardo)

Festa delle Luci, 2016. Foto: Mirko Lisella

Dieci anni fa, a Prato, si è aperta una possibilità. Non una soluzione, perché quando si parla di città, convivenza e conflitti le soluzioni non esistono, ma una direzione. Si chiamava Festa delle Luci e andò in scena nel febbraio del 2016, in occasione del Capodanno cinese.

Oggi, a distanza di un decennio, quella festa non è interessante per ciò che è stata in sé, ma per ciò che ha reso visibile. E per ciò che, da allora, è stato evitato.

Raccontare questi dieci anni significa tenere insieme eventi, persone, tentativi interrotti e altri che sono andati avanti nonostante tutto. E significa provare a capire perché una città che è, nei fatti, una società multiculturale abbia fatto così tanta fatica a riconoscersi come tale.

Prima e dopo la Festa delle Luci

Nel 2016 Prato è già una città attraversata da trasformazioni profonde. La presenza della comunità cinese è una componente strutturale della vita economica e sociale della città. Eppure, il modo in cui la città racconta se stessa resta spesso inchiodato a due registri: l’eccezione e la rimozione.

Il Capodanno cinese diventa negli anni un appuntamento fisso, sempre più partecipato, molto visibile. Ma anche molto circoscritto (come lo è oggi): una parata, un fine settimana, poi il silenzio. La Festa delle Luci (Si apre in una nuova finestra) ha provato, almeno in parte, a rompere questo schema. Un festival diffuso nel Macrolotto Zero: installazioni, luci, attraversamenti urbani, incontri, persone che entrano in un quartiere che molti pratesi conoscono solo per sentito dire.

Non era un progetto risolto. Era forse un po’ sbilenco, fragile, pieno di contraddizioni. Andava però in una direzione chiara: non limitarsi a rappresentare la differenza, ma costringere la città ad attraversarla.

Non era la risposta giusta. Non era nemmeno la domanda sbagliata.

Quello che colpì allora fu il cambiamento improvviso del panorama visivo e dell’uso dello spazio. Per pochi giorni il Macrolotto Zero fu pedonalizzato, illuminato, attraversabile. Diventò un luogo dove era piacevole andare e fermarsi, non solo passare. Questo conta, perché il modo in cui percepiamo un quartiere, e chi lo abita, passa anche da qui: da come è organizzato lo spazio pubblico (vi ricordate le riflessioni sul Piano Secchi (Si apre in una nuova finestra)?), da quanto è accogliente, condiviso. Una questione politica.

Vale per il Macrolotto come per il Soccorso, il Serraglio o San Giusto. A Milano, in via Paolo Sarpi, la pedonalizzazione ha trasformato la Chinatown in uno dei luoghi più frequentati della città senza che questo coincidesse automaticamente con una gentrificazione.

È una lezione semplice: prima ancora dei discorsi, cambiare lo sguardo su un luogo passa spesso dal cambiare il modo in cui quel luogo può essere vissuto.

L’anno successivo, però, la festa non viene riproposta (Si apre in una nuova finestra). Le motivazioni ufficiali dell’amministrazione Biffoni chiamano in causa il decoro urbano, la raccolta differenziata, il rispetto delle regole. Questioni reali, certo. Ma il loro effetto è un altro: spostare il discorso dal piano culturale a quello disciplinare. La festa smette di essere uno spazio simbolico di elaborazione collettiva e diventa una variabile subordinata.

Fanno sorridere, viste a distanza: estremizzando è un po’ come se il Presidente Mattarella dicesse “data l’alta evasione fiscale, fino a quando non ci rimettiamo in pari, non festeggiamo più il Natale”. Da lì in poi, senza clamore, qualcosa cambia. Il tema della società stratificata e della convivenza tra le comunità scompare progressivamente dal discorso politico esplicito. Non viene affrontato, non viene discusso: viene evitato. Come se nominarlo fosse diventato troppo rischioso.

I ponti che c’erano già: Cristina Pezzoli e il Compost

La Festa delle Luci non nasce dal nulla. Prima, e molto prima, a Prato c’era chi lavorava sulla complessità come pratica quotidiana, non come evento.

Una figura centrale è Cristina Pezzoli, che nel 2009 fonda lo spazio Compost (Si apre in una nuova finestra), accanto alla Biblioteca Lazzerini. Il Compost non è un teatro tradizionale né un centro culturale “da bando”. È un capannone dove si fa ricerca, formazione, produzione artistica e che usa il teatro come strumento per lavorare sui conflitti reali della città.

Nel 2013, quando Pezzoli decide di chiuderlo, scrive una lunga lettera che oggi suona come una diagnosi anticipata. Descrive il Compost come una realtà “clandestina”, senza permesso di soggiorno dentro le politiche culturali ufficiali.

Non per mancanza di attività o di pubblico: il lavoro di Pezzoli e Compost è incatalogabile.

Il Compost lavora sui processi prima che sugli spettacoli. Indaga i conflitti tra cittadine e cittadini cinesi e italiani, coinvolge scuole, adolescenti, artiste e artisti, ricercatori e ricercatrici. Migliaia di persone partecipano ai progetti di ascolto, più della metà di origine cinesi. I materiali prodotti vengono studiati da università italiane e straniere. Tutto questo senza finanziamenti strutturali, perché il problema non è la qualità del lavoro, è l’inadeguatezza delle categorie istituzionali a riconoscerlo.

L’attore Shi Yang Shi che fa parte di Compost dopo il rogo di Teresa Moda (Si apre in una nuova finestra) in via Toscana in cui persero la vita sette tra operaie e operai diventa praticamente l’interprete ponte tra la comunità cinese e la Regione Toscana.

Pezzoli pone una domanda che attraversa tutta questa storia:

A cosa serve la cultura? A produrre pubblico o a produrre appartenenza?
A consolidare ciò che già esiste o a esplorare ciò che ancora non ha forma?

Quando il Compost chiude, con tutti i difetti di Pezzoli, Prato perde un metodo. Perde uno di quei ponti invisibili che avrebbero richiesto tempo, conflitto, esposizione per essere attraversati.

Davide Finizio e la pluralità praticata

Davide Finizio, Foto: Quaderno Pratese

Un altro ponte, costruito in modo molto diverso e troppo spesso dimenticato, è quello di Davide Finizio. Insegnante, poliglotta, per anni segretario del Tempio Buddista di Prato, Finizio incarna una pluralità meno visibile, ma estremamente concreta.

In un’intervista del 2019 racconta che il suo più grande risultato oltre all’organizzazione di un evento riuscito, è un fatto simbolico:

in Chinatown non viene più chiamato laowai 老外(straniero), ma xiongdi 兄弟 (fratello).

È il segno di una fiducia costruita nel tempo, non di un riconoscimento concesso dall’alto.

Il Capodanno cinese del 2019 è un caso emblematico. Organizzato quasi interamente dalla comunità cinese, autofinanziato da 18 associazioni che si autotassano per circa 200 mila euro. Nessuna area food per evitare l’effetto sagra etnica, ma ricadute diffuse sulla città. Alberghi pieni, grande partecipazione, nessun incidente.

Non è un modello ideale, né una soluzione definitiva. Ma dimostra una cosa semplice: quando la società multiculturale agisce come soggetto, non come oggetto, produce forme nuove di città. Anche qui, però, l’esperienza resta legata alle persone. Non diventa infrastruttura stabile.

Il Festival Seta e ciò che non si è voluto trattenere

Un’altra occasione è quella del Festival Seta – Dialoghi sulla Cina contemporanea (Si apre in una nuova finestra), dedicato alla cultura cinese contemporanea: cinema, incontri, riflessione. Uno strumento di conoscenza.

Il suo direttore, Matteo Burrioni, racconta Seta come un progetto nato per avvicinarsi alla Cina oltre stereotipi ed emergenze. A Prato il festival passa per alcuni anni, poi nel 2025 trova continuità a Milano. Non è uno strappo polemico, ma come possibilità concreta di continuare il lavoro, mentre qui propone incontri sporadici. Con la speranza di tornare a costruire dal prossimo anno.

Messa accanto alle altre storie, anche questa solleva una domanda inevitabile: perché progetti capaci di produrre conoscenza e incontro hanno faticato e faticano ancora oggi a diventare strutturali proprio in una città che quella complessità la vive ogni giorno?

Se non li cerchi, non li trovi

Festa delle Luci, 2016. Foto Mirko Lisella

In una conversazione con l’antropologo Massimo Bressan emerge un livello ulteriore di lettura. Una chiave interpretativa potente: molte delle narrazioni sulla mancanza di dialogo funzionano come profezie che si autoavverano.

Quando si dice che “non c’è interlocuzione”, che “non si riesce a parlare”, spesso negli anni non si è descritto un dato di fatto. Si stava (e si sta oggi) legittimando un’assenza di ricerca.

Perché, appunto, se non li cerchi, non li trovi.

In questi dieci anni, a Prato, molte cose non sono state cercate. Non sono state cercate le seconde generazioni, che nel frattempo crescevano, studiavano, abitavano le nostre scuole. Non sono stati cercati gli imprenditori cinesi già pienamente dentro il tessuto economico e associativo. Non sono stati cercati nuovi interlocutori, perché si continuava a dire che non c’erano o si aveva timore ad incontrarli.

Dire che “non sono stati cercati” coglie solo una parte del problema. Anche quando lo spazio formale è aperto, questo non equivale automaticamente alla partecipazione.

L’accesso non è la stessa cosa dell’uso. Per molte famiglie di origine cinese, spesso già cittadine italiane o con figli italiani, l’investimento principale è stato (e continua a essere) nel capitale economico e scolastico, molto meno in quello politico e simbolico.

Per una diversa gerarchia delle priorità, non per disinteresse: la politica come luogo di esposizione pubblica viene percepita come rischiosa, poco utile rispetto alla stabilità familiare e alla mobilità sociale.

In questo senso la cittadinanza è spesso vissuta più come strumento che come identità. Tener conto di questa differenza significa evitare l’equivoco per cui la mancata partecipazione viene letta solo come assenza o chiusura, e mai come il risultato di forme diverse di stare nella città.

Nel frattempo, però, la città è andata avanti lo stesso. Una nuova società non ha aspettato di essere riconosciuta per esistere. Non a caso uno dei pochi luoghi in cui questa nuova società si è praticata senza troppe mediazioni è la scuola, che resta un laboratorio quotidiano di convivenza, spesso più avanti del discorso pubblico che la circonda.

Complessità, non buonismo

A questo punto serve una precisazione. Parlare di occasioni mancate, di ponti non attraversati, di società plurale non significa negare i problemi. La criminalità organizzata cinese esiste, è reale, strutturata, e oggi è finalmente oggetto di indagini e attenzione pubblica. Far finta che non ci sia sarebbe ingenuo e irresponsabile.

Il punto, però, è che per anni si è scelto di non guardare. Di mettere sotto il tappeto tutto ciò che risultava complesso da raccontare: non solo le ombre, ma anche le luci. Non solo i conflitti, ma anche le relazioni possibili.

E quando si rinuncia alla conoscenza, non si diventa più duri: si diventa solo più ciechi.

Conoscersi di più non avrebbe “risolto” la criminalità organizzata. Avrebbe probabilmente fornito occhiali migliori per riconoscerla, per distinguerla dal resto, per non confondere un’intera comunità con le sue derive criminali. Avrebbe aiutato a separare ciò che è economia, ciò che è cultura, ciò che è conflitto sociale e ciò che è criminalità.

Che è esattamente il lavoro che oggi, affannosamente, dovremmo provare a fare.

Dieci anni dopo

Festa delle Luci, 2016. Foto: Mirko Lisella

Guardare oggi alla Festa delle Luci significa guardare a ciò che è stato evitato più che a ciò che è fallito. Perché non si è voluto attraversarlo fino in fondo.

Feste, riti, festival non servono e non possono essere solo un volano per il turismo o per costruire branding urbano. Servono, quando funzionano, a dare forma simbolica a una convivenza complessa, a rendere pensabili i conflitti, a creare spazi in cui una città prova a riconoscersi per quella che è.

La Festa delle Luci, forse, non era ancora questo. Ma ha avuto un effetto chiaro: ha mostrato una distanza. Tra una città eterogenea e una città che fatica a dirsi tale.
Tra ponti costruiti e ponti non attraversati.

Dieci anni dopo, la domanda non è se Prato sia una società plurale. Lo è già.
La domanda, rimasta sospesa dal 2016, è un’altra: abbiamo davvero voluto conoscerla?


Ho realizzato un documentario che racconta una storia bellissima.


L’appuntamento della settimana: un nuovo talk di Buzz Prato

Quanto guadagna un manager rispetto a un’operaia? Quanto concentra di reddito l’1% più ricco e quanto resta alla parte più povera?

A partire da queste domande, “Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze” racconta le disuguaglianze economiche in Italia attraverso i più recenti studi di ricerca: dai divari nel lavoro e nei salari all’immobilità sociale, dalle disuguaglianze climatiche al ritorno della ricchezza e dell’eredità ai livelli di fine Ottocento.

Con Giacomo Gabbuti, autore del volume, in dialogo con Andrea Valzania dell’Università di Siena ed Elena Cappellini responsabile dell’Ufficio statistica del Comune di Prato.

Un incontro per discutere di disuguaglianze economiche in Italia e guardarle da vicino anche attraverso la nostra città. Venerdì 13 febbraio, ore 18.30 nella saletta del Cinema Terminale.

La programmazione dei film al cinema: Terminale (Si apre in una nuova finestra), Eden (Si apre in una nuova finestra), Pecci (Si apre in una nuova finestra), Garibaldi (Si apre in una nuova finestra).


Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo

“R U Mine?” degli Arctic Monkeys. Basic, desiderio che graffia, paranoia che balla. Notti insonni e un riff che non ti lascia. Certezze.

La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (Si apre in una nuova finestra).

https://www.youtube.com/watch?v=VQH8ZTgna3Q (Si apre in una nuova finestra)

Argomento Società

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