Le vacche sono una costante della mia esistenza. Tanto per cominciare sono pronipote di marghé in piemontese, malgari/margari in italiano, ovvero pastori che dalla Val di Rhemes in Valle d’Aosta, si sono spostati fino a Santhià, paesone a 100 km da Milano e 50 km da Torino.

Non lontano da lì, a Cavaglià, la zia di mio padre, Maria, e poi suo figlio detto Carlin tennero la stalla con un paio di bestie fino alla fine degli ‘80. Ho memoria del calore e il sapore del latte vaccino appena munto quando passavo a trovarli nella loro casa in via Montemaggiore, come anche delle uova bevute facendo due buchi nel guscio, un buco sopra e uno sotto.
Di recente sono andato a sentire la presentazione del libro “Il contratto della montagna (Öffnet in neuem Fenster)” di Roberto Pietrobon. Il libro racconta la storia del movimento operaio nel Biellese e il titolo si riferisce al contratto di lavoro dei tessili che nel 1944, durante un difficile periodo di guerra, sancì la parità di trattamento economico tra donne e uomini. Un grande risultato in un periodo difficilissimo. Nel corso della presentazione a Sala Biellese, al Museo della Resistenza, Roberto lo ha spiegato raccontando che nel nostro territorio, dalla fine dell’ottocento in poi, gli scioperanti resistettero per dei tempi di mobilitazione particolarmente lunghi. Quella Biellese fu una classe operaia molto combattiva, a quanto pare. Riuscirono ad esserlo anche perché le famiglie, passate dall’essere agricoltori al ricavare reddito dal lavoro di fabbrica, mantennero anche una quota di autoproduzione contadina: curando l’orto, allevando due o tre mucche, qualche gallina e i conigli. Così, quando dovettero reggere tempi lunghi senza salario a causa delle lotte in fabbrica, furono anche in grado di sopravvivere grazie proprio all’autoproduzione. Una resistenza all’assimilazione della modernità che ha prodotto anche il mantenimento del paesaggio del Biellese, luogo unico del Nord Ovest d’Italia.
Credo che ne gioirebbe anche Pier Paolo Pasolini che chiuse il suo articolo sulla scomparsa delle lucciole (Öffnet in neuem Fenster) del primo febbraio 1975 sul Corriere della sera affermando:
Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

La questione dell’allevamento, attività che accompagna da millenni la storia dell’uomo, e la sua sostenibilità ambientale è oggetto di studio e dibattito. Con quello scritto Pasolini pose la questione dell’uso della chimica in agricoltura, delle conseguenze dei pesticidi su quella che è chiamata biodiversità. Qualche anno prima il Club di Roma pubblicò “I limiti dello sviluppo (Öffnet in neuem Fenster)” una ricerca che anticipò molte delle questioni che oggi vanno sotto il nome di crisi climatica. L’allevamento in generale, non solo quello delle vacche, contribuisce non poco alle emissioni di gas climalteranti; ovvero i gas, come l’anidride carbonica e il metano, che causano l’aumento della temperatura sul nostro Pianeta, mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Pasolini mise il dito nella piaga tra sviluppo e progresso, ovvero tra crescita economica e emancipazione, intesa come la progressiva liberazione dei singoli e dei gruppi sociali dai rapporti di potere. Da molti questa posizione fu intesa come nostalgica, invece che profetica. E cominciò a scavare un solco tra l’idea di futuro delle vecchie e delle nuove generazioni, fino ad arrivare a far fatica a vederne uno.
Torniamo, però, alla costante della presenza bovina nella mia esperienza. Doveva essere l’estate del 1985, era quella subito dopo l’anno scolastico in cui mi feci bocciare, in seconda C del XIII Liceo scientifico di Milano.
Fino alle scuole Medie la mia carriera scolastica si svolse rigorosamente nelle scuole sperimentali; scuole statali in tutto e per tutto, ma con dei programmi e dei metodi innovativi. Alla Casa del Sole a Milano facevamo il tempo pieno già a metà dei ‘70, giocavamo praticamente liberi in un parco, quello del ex Trotter, per almeno un’ora di intervallo. C’erano la didattica attiva, i lavori di gruppo, l’inclusione dei diversamente abili e, alle successive Medie di via Vivaio, pure l’indirizzo musicale. Poi i miei genitori decisero di dire basta agli indirizzi sperimentali. Segno che i tempi erano cambiati.
Mi misero di fronte a due possibilità: Liceo Classico o Scientifico.
C’è una delle storie di Leo Lionni scritta nel 1967 che mi sta particolarmente a cuore. Racconta del topo Federico; un topo che, mentre gli altri raccoglievano le provviste per l’inverno, lui faceva tutt’altro e, quando poi durante l’inverno, rimasti senza scorte, gli altri topini gli chiedono cosa avesse raccolto, Federico risponde che aveva raccolto i raggi di sole per riscaldare gli amici nel gelo, i colori per farli rallegrare, le parole per dire versi e farli sognare. E chiude dicendo:
"Non voglio applausi, non merito alloro. Ognuno, in fondo, fa il proprio lavoro!"
E’ una bellissima storia che trasmette la forza della poesia, il potere del pensiero divergente che rende la diversità una grande risorsa.
Collego l’irrigidimento dei miei genitori nel binarismo “Classico o Scientifico” al fatto che ormai, agli inizi degli anni ‘80, erano finiti i tempi dell’Immaginazione al potere e, invece, erano iniziati quelli della Milano da bere.
La storia di Federico di Lionni riporta che i topini furono messi in difficoltà nelle scorte invernali anche dal fatto che i fattori abbandonarono la cascina. Evidentemente il settore primario non gode di buona letteratura.
Milano è forse l’unica città italiana che si avvicina al modello delle metropoli europee. Eppure è anche una tra le più grandi province agricole italiane.
Questo, che è un fatto, l’ho vissuto anche come esperienza e proprio in quella estate del 1985.
A un mese dalla fine della scuola la prof d’Italiano mi prefigurò un’altra estate con tre materie a settembre. Mica roba leggera: Inglese (per me una lingua oscura), Latino (ero per la sua abolizione come materia), Matematica (mi piaceva Geometria, ovvero la parte più di applicazione).
Così feci scena muta a un’interrogazione di Storia dell’arte, aggiungendo la quarta materia e facendomi bocciare.
Non ricordo se sia stata un’idea mia o dei miei ma poi passai una gran parte dell’estate a lavorare in cascina, nel milanese, a fare il ragazzo alla pari.
Mi accolsero volentieri e mi misero al lavoro sia come aiuto in stalla che come babysitter. I miei ospiti li conoscevamo bene, erano figli di amici molto stretti.
Mio padre, quando fu coordinatore del Centro di Via Veratti a Milano,

lavorò con la madre della mia ospite. Erano stranieri e lei non parlava ancora l’italiano, nonostante fosse già da qualche anno in Italia. L’assunse lo stesso perché vide in lei sicuramente sia delle capacità manuali utili alle attività che una storia di fatica e di ricerca di libertà.
Lavorarono in quello che era un laboratorio protetto per quelli che allora venivano ancora chiamati i subnormali, facendo con loro lavori con il cuoio e il legno.
Erano gli anni in cui arrivarono ovunque, in tutta Italia, gli echi delle esperienze di Gorizia e Trieste, quelle che portarono poi alla chiusura dei manicomi con la Legge Basaglia del 1978.
“Il malato mentale è «malato» soprattutto perché è un escluso, abbandonato da tutti; perché è una persona senza diritti, nei confronti della quale tutto è possibile. “
diceva Franco Basaglia in L’Istituzione negata, edizioni Einaudi, 1968
Sul piano pratico, noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alla violenza dell’asilo, dell’istituto, delle sue mortificazioni, prevaricazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alle prevaricazioni, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale.
Credo che per mio padre farmi fare quella esperienza in cascina nell’estate del 1985 fosse un modo per portarmi a capire quanto fosse pesante il lavoro manuale. Io, invece, vissi un raro momento di felicità, cosa difficile per qualunque adolescente, figuratevi per uno scapestrato come me.
Era un’azienda agricola di grande dimensioni. A metà degli anni 80 aveva cinquecento capi, una dimensione ragguardevole. Li devo ancora oggi ringraziare perché quella esperienza mi diede la sicurezza di reggere dei compiti e degli obiettivi, qualità che ancora conservo, quando voglio.
Mio papà Domenico coordinò il Centro di Via Veratti, lo fece senza aver una formazione specifica e questo lo costrinse, poi, a un periodo di disoccupazione, allo studio da privatista per ottenere il diploma magistrale e, infine, a concorrere e vincere un bando in Regione Lombardia per andare a occuparsi di formazione professionale.
Provai poi, inutilmente, a convincere i miei a iscrivermi all’Isituto tecnico agrario, invece che continuare con il Liceo. Non fu possibile neanche parlarne, mi iscrissero al Liceo Scientifico R. Donatelli, proprio là dove insegnava Storia e Filosofia mia mamma. Una doppia sconfitta, non potevo seguire l’indirizzo desiderato ed ero sotto tutela stretta. Capisco il punto di vista di mio padre, vista la sua esperienza, ma un po' di dialettica non sarebbe guastata.

Ma c’è un altro grande irrisolto in questa storia, per di più legato a un oggetto in legno.
Un paio di anni prima alle Medie di via Vivaio, furono istituite nell’Istituto dei Ciechi di Milano ed erano una delle scuole sperimentali di cui ho già detto, facevamo anche due ore alla settimana di Attività pratiche. L’ultimo anno costruii, durante quelle lezioni, per il primogenito dei miei ospiti della cascina, un cavallino a dondolo. Era fatto da un mezzo tronco di albero, proveniente proprio da Cavaglià, con quattro fori in cui si innestavano delle gambe a sezione tonda che si agganciavano al dondolo sottostante. Al tutto si aggiungevano una testa e una coda di cavallo in compensato sottile, sagomato. Impropriamente lo lasciai in un corridoio della scuola, passò un non vedente e, inavvertitamente, ruppe la coda, sottile, di compensato.
Lo portai a casa a Milano e mio papà mi promise che l’avremmo sistemato. Poi lo trasportammo a Cavaglià nel garage-officina di mio nonno. Lo smontammo ma non fu mai più rimontato.
Forse ho scelto di fare il falegname, anche se partendo da una probabile condizione di disgrafico, proprio per riassemblare quel cavallino a dondolo. Ad oggi non l’ho rimontato. In realtà non so neanche che fine abbia fatto.
Segno che, a differenza del topolino Federico, non sto facendo ancora il mio lavoro.
maketto