Dal lavoro in ospedale sotto i bombardamenti al ritorno in Italia con la sensazione di impotenza.

Lunedì 22 settembre. Ho deciso di aderire allo sciopero generale indetto per oggi a sostegno del popolo palestinese non producendo la mia consueta rassegna stampa quotidiana sul canale Whatsapp di Buzz Prato. Pensando a come dare valore a questa mia scelta, ho decido di raccontarvi la storia di Filippo Pelagatti, anestesista pratese che è stato a Gaza tra febbraio e maggio di quest’anno con Emergency. Una testimonianza importante e che spero faccia riflettere anche voi come li ha fatto con me.
Buona lettura
L.
Quando a gennaio 2025 Emergency ha chiesto a Filippo Pelagatti, anestesista di Prato, di partire per Gaza, lui aveva già fatto una missione in Afghanistan, “a Kabul e ad Anabah”. Stavolta il compito era diverso: formare un piccolo team chirurgico dentro un ospedale pubblico palestinese, non in una struttura di Emergency. «Eravamo due chirurghi, due anestesisti e due infermiere. L’idea era semplice: supportare il personale locale e far ripartire la chirurgia».
Le condizioni in cui si sono trovati erano però molto lontane da quelle di un ospedale europeo. «Dal 7 ottobre 2023 dentro Gaza non è entrato quasi nulla. Niente rete elettrica o idrica funzionante: tutto va avanti con generatori, pannelli solari e batterie. L’acqua potabile arriva da un impianto di desalinizzazione ancora attivo e poi viene distribuita con cisterne e serbatoi. Se sei fortunato ne hai uno sul tetto, altrimenti devi andare a riempire taniche al serbatoio del campo».
All’inizio della missione c’era una tregua, che ha permesso di riprendere alcune attività chirurgiche. «Abbiamo fatto molte revisioni di fissatori esterni messi mesi prima su fratture complesse, e amputazioni per piede diabetico. Lì non ci sono più le strisce per monitorare la glicemia: patologie banali diventano amputazioni».
Dopo poche settimane però i bombardamenti sono ricominciati. Pelagatti ricorda in particolare la sera del 25 marzo: «Un drone ha colpito una stanza dell’ospedale. L’obiettivo era un presunto esponente di Hamas ricoverato lì. Sono morti lui e altri pazienti, si è sviluppato un incendio. Da allora non abbiamo più potuto lavorare in quell’ospedale».
Già allora il sistema sanitario era al collasso:
«Ogni struttura dentro la Striscia era stata colpita; la capacità residua era attorno a un terzo. L’oncologia non esiste più, e per quasi due milioni di persone era rimasto un solo stent coronarico. In sala operatoria mancava tutto: filtri per i ventilatori, antibiotici, sangue. Operi otto ore, ma se mancano i mezzi per curare dopo, molti non superano la settimana».
La scarsità colpiva anche la vita quotidiana: il carburante era venduto a prezzi altissimi e spesso si ricorreva a soluzioni improvvisate. «Ho visto motorini riconvertiti a bombole di butano, auto a olio di semi. Nei campi si brucia plastica per cucinare: non è una scelta, è che è finito tutto il resto».
Pelagatti tiene a chiarire un punto: «Gaza non è un posto esotico. Prima della guerra era una città con grattacieli, strade, ospedali. I colleghi palestinesi sanno cosa fare: non possono farlo perché mancano strumenti e condizioni. Anche nella nostra narrazione dovremmo uscire dall’idea ‘umanitaria’ che li infantilizza».
Tornato in Italia, dice che la sensazione più forte è stata l’impotenza.
«Anche quando lavori H24, l’impatto è marginale finché cadono le bombe. C’è l’impotenza clinica — operi senza standard — e quella politica: torni qui e capisci che senza un rispetto del diritto internazionale, quello che fai lì resta una goccia».
Le notizie che riceve dai colleghi rimasti confermano il peggioramento della situazione. «Emergency continua a lavorare incessantemente alla clinica di cure primarie di al-Qarara. Le condizioni diventano via via sempre più difficili. I miei contatti mi dicono che i colleghi gazawi che lavorano lì scompaiono a vista d’occhio, sempre più magri, sempre più provati psicologicamente. Le visite giornaliere superano stabilmente le 300, e dalla cura delle patologie croniche si è passati ad affrontare sempre più malnutrizione. Curare la malnutrizione è difficile se non riesci a garantire fuori una stabilità alimentare. Anche l’intorno della clinica sta di nuovo cambiando: sono tornate le tende che se ne erano andate a febbraio, quando c’era stata la tregua ed erano rientrati al nord. Ora invece le operazioni di terra costringono chi può a spostarsi, portandosi dietro anche gli infissi di casa, da bruciare per cucinare o da vendere come legna. Perché sanno che presto quelle case saranno rase al suolo».
Per questo invita a non farsi paralizzare dal senso di colpa.
«Non siamo colpevoli di quello che accade, ma possiamo scegliere come partecipare. Una via concreta è informarsi su dove vanno i nostri soldi e le nostre spese: banche, assicurazioni, investimenti, acquisti. E chiedersi se questi vadano a finanziare quello che sta succedendo a Gaza: il capitalismo non lo smonti, ma puoi riconquistare un minimo di controllo».
Un’immagine riassume per lui i mesi a Gaza: «All’inizio, in tregua, ricominci a rivedere uova e verdura sui banchi: 600 camion al giorno cambiano la vita. Tre settimane dopo torni a scatolame e lenticchie. È così in tutto: nell’arco di pochi giorni puoi passare da ‘si riparte’ a ‘si sopravvive’. E in mezzo ci sono medici e infermieri competenti che aspettano solo di avere gli strumenti per lavorare».
Il ricordo con cui sceglie di chiudere è personale. «All’interno della guest house di Emergency lavorava anche Safaa, una cuoca palestinese, molto seguita su Instagram. Il giorno della mia uscita dalla Striscia ho intrapreso il lungo viaggio verso la Giordania, partito alle 5.45 e arrivato la sera. Quando ho ripreso internet, ho trovato dieci messaggi suoi: era preoccupata per me e per i checkpoint che avrei dovuto attraversare. Safaa vive dentro la Striscia bombardata, ha visto la sua casa distrutta, si è spostata con tutta la famiglia, rischia ogni giorno di morire sotto le bombe. Eppure era preoccupata per me, che con un passaporto in tasca stavo uscendo da quell’inferno che gli esseri umani hanno creato in terra».