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American Fashion: an Anthology

Perché la moda statunitense gioca in un campionato a parte, ma ha una crisi d’identità simile alla nostra

Quando, nella Baltimora del 19esimo secolo Elizabeth Patterson indossava gli abiti provenienti da Parigi in quello stile neo-classico che all’epoca si portava nella città delle luci, tutto vite alte e silhouette più affusolate, le altre signore del gotha locale inorridivano (pare). Dallo scorno femmineo non la salvava l’affiliazione matrimoniale francofona – fu sposata per un po’ con Jérôme Bonaparte, fratello minore di Napoleone. Il suo peccato capitale non era tanto comprarsi vestiti arrivati da Parigi, come facevano in fondo tutte le signore di buona estrazione del posto: era non farseli modificare. Perché va bene comprare la moda dove la moda era nata come categoria del pensiero, ma adottarne in toto lo stile, senza neanche adattarlo un po’ al lifestyle americano, che propendeva per la praticità e aborriva gli indecenti eccessi di stoffe come insopportabile vanagloria, era davvero troppo. Basterebbe questo aneddoto, uno come tanti tra quelli che racconta la mostra In America: An Anthology of Fashion (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) (andata in scena al Met Museum nel 2022) per capire quali sono state sostanzialmente le differenze tra la moda americana, e quella del resto del mondo.

A farle costituire una propria identità, sostanzialmente distaccata negli obiettivi, rispetto agli inglesi o agli italiani, è stato anche il dato che moltissimi investimenti sono confluiti nel settore moda statunitense tra gli Anni 30 e i 50, quindi nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale. Laddove era impossibile approvvigionarsi dagli europei, si pensò che fosse venuto il momento di spingere maggiormente l’acceleratore sulla produzione e sull’ingegno locale. L’utilizzo di tessuti più informali, dal denim al cotone al jersey, prese piede molto velocemente, aiutato da donne che conducevano vite attive, e avevano bisogno di alternative ai formalismi europei. Lo sportswear, sostanzialmente, è un concetto (e un approccio alla vita) senza ombra di dubbio americano. Per questo poi andando avanti negli anni le giacche destrutturate di Armani negli Anni 80, o le borse senza logo di Bottega Veneta nei 70, trovarono immediatamente un terreno fertile. Lo sforzo nel definire questo nuovo canone venne aiutato sia dai grandi magazzini che poi dalla stampa: da Lord & Taylor – la più antica catena di department store fondata nel 1826 e attiva fino al 2021 – l’unica donna nel consiglio di amministrazione, Dorothy Shaver, decise di farsi Santa protettrice del Genius loci locale, creando il Programma dell’American Look, che tra il 1932 e il 1939 promosse tramite le sue vetrine più di sessanta nuovi designer made in USA. I vestiti avevano dei prezzi accessibili, ed erano ovviamente improntati allo sportswear. Negli stessi anni, Carmel Snow, divenuta da poco direttrice di Harper’s Bazaar, decise di imbarcarsi nella stessa missione, promuovendo, attraverso le sue pagine patinate, i designer locali. Una lezione che l’inglese Anna Wintour ha sublimato arrivando poi a promuovere i designer anglosassoni anche di fronte ai magnati della finanza francese, che, occasionalmente le hanno prestato ascolto con risultati alterni, in uno spettro che va dal successo stratosferico di Galliano da Givenchy e poi da Dior, alla parentesi dimenticabile e imbarazzante di Alexander Wang da Balenciaga.

Calvin Klein s/s 2026, courtesy Calvin Klein

Tutto questo per spiegare il perché è inutile misurare la moda americana con lo stesso metro di giudizio di quella europea, perché si muovono usando unità di misura diverse. Un assunto che è necessario ribadire anche oggi, che, la settimana della moda di New York sta volgendo al termine, tra qualche novità (tipo la prima collezione di Rachel Scott da Proenza Schouler), qualche nome nuovo da tenere d’occhio – uno su tutti Fforme, brand nato nel 2021 e disegnato da Frances Howie – e una sostanziale noia, evidenziata da diversi magazine proprio statunitensi. Una sclerotizzazione dovuta di certo alla situazione mondiale e politica, e ad una incertezza sul futuro e sui desideri dei compratori: paure che l’Europa delle maison condivide (anche perché il mercato statunitense ad oggi rimane il loro primo bacino d’utenza).

Da questo lato dell’Atlantico, in effetti la situazione drammatica che sta vivendo la moda ha convinto la maggior parte dei gruppi a un estenuante gioco delle sedie di direttori creativi, nel tentativo di ravvivare l’interesse dei compratori: i risultati di questa strategia si vedranno già dalla fashion week di Milano, dove sono previsti i debutti di Louise Trotter da Bottega Veneta, di Simone Bellotti da Jil Sander e di Dario Vitale da Versace. Se però, come ha vaticinato Rachel Tasjhan sulla newsletter del Washington Post (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), questo “Fashion reset” non fosse altro che un passo indietro, una svolta verso una linea più conservatrice e meno dedita ad una pericolosa – e affascinante – sperimentazione per ridefinire i canoni, tutto questo tourbillon di danze non sarà servito poi a molto. Che poi, alla fine, i ruoli di direttore creativo finiscano sempre e comunque a uomini bianchi la dice già lunga su quanto questo rimescolamento sia in realtà molto più ispirato alla filosofia del Principe di Salina, “cambiare tutto per non cambiare niente” che a una reale volontà di imprimere una svolta al mercato.

Calvin Klein s/s 2026, courtesy Calvin Klein

Muoversi per iperboli, allontanarsi dai campi già arati da altri, può essere rischioso, come nel caso dell’ultima collezione di Calvin Klein immaginata dalla romana Veronica Leoni, ma si tratta dello sforzo che tutti i direttori creativi sono chiamati a fare, al netto delle critiche che sicuramente arriveranno. In questa sua seconda prova alla guida del brand fondativo del concetto di sportswear statunitense, Leoni fa dei passi in avanti, cercando di coniugare il suo DNA, cresciuto a pane e Phoebe Philo, con l’ABC di Calvin Klein. Dopo aver lavorato nella prima stagione su ciò che aveva definito con Vanessa Friedman del New York Times “sexytudine”, spinge il piede sull’acceleratore per l’estate a mandando in scena minidress a grembiule con spalline strettissime, vestiti da giorno con tessuti ripresi dalla sartoria maschile che lasciavano intravedere dallo scollo l’intimo bianco (you know, l’underwear, quello che ha reso Calvin Klein riconoscibile anche al di fuori degli Stati Uniti). E i riferimenti all’intimo ritornano, del tutto destrutturati, anche in un altro abito bianco, che da lontano appariva in tweed. In realtà non lo era: semplicemente, sulla sua superficie, delle fasce in tessuto si intrecciavano con le bande elastiche legate, sinonimo dell’underwear. Un ripensamento modernista del capo più nascosto del nostro guardaroba, qui rimodulato su un gusto nuovo. A ribadire il collegamento con questa parte della storia di CK ci pensa anche la colonna sonora che riprende la battuta di Ritorno al Futuro, quella nella quale la versione giovane della mamma di Marty McFly, appena atterrato negli Anni 50, dopo averlo salvato lo chiama proprio Calvin Klein, perché “it’s written all over your underwear”.

Calvin Klein s/s 2026, courtesy Calvin Klein

Certo, questo non vuol dire che sia tutto perfettamente riuscito: le fantasie floreali tristanzuole così come gli short sbracati, semplicemente, non sono donanti. L’errore qui è pensare che il minimalismo – che contraddistingue da sempre Calvin Klein – richieda un approccio necessariamente intellettuale, lo stesso che Leoni è stata maestra nell’esercitare da The Row. Un malinteso agevolato da secoli di dettami proto-calvinisti, la cui tesi di fondo è che quanto è più monastico, privo di orpelli o fronzoli, quasi cenobitico, è di certo anche intellettualmente superiore. Nella realtà storica, tutta la moda americana che ha travalicato i confini, da Halston a Tom Ford (e l’eccezione di Marc Jacobs, che è il più dadaista della compagine) ha inteso il minimalismo come un impulso mirato alla liberazione del corpo, senza necessità di impalcature filosofiche a sorreggere un desiderio, anche, nel bene e nel male, legato all’eroticizzazione del corpo.

Calvin Klein s/s 2026, courtesy Calvin Klein

Leoni ha dalla sua l’esperienza, l’abbondante intelligenza e pure una voglia di rischiare che invece latita tra i suoi colleghi alla fashion week newyorchese: tra i vestiti andati in scena alla Brant Foundation c’è la spinta necessaria a una sensualità magnificata in una estrema dignità, anche laddove gli scolli lasciano intravedere gli orli della biancheria. Ci sono già, qui, le indicazioni di massima per intraprendere un percorso reale di ripensamento di un brand che merita una nuova contemporaneità. Le toccherà mettersi intellettualmente a nudo, e, per una volta, assecondare gli impulsi. Che sono pericolosi ma hanno anche la capacità di essere estremamente liberatori.

https://www.youtube.com/watch?v=nks0I_5ChaY (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

We are the fashion pack

The tortured audio visivo’s department

SPECIAL FEATURE

Perchè non avete mai amato davvero se non siete state/i Barbra Streisand sul finale di Come eravamo, di fronte ad Hubbel/Robert Redford. Finisco di piangere e mi preparo per la fashion week.

https://www.youtube.com/watch?v=lqr1vvUDSME (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

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