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Come (non) si fa un’intervista

Il caso della giornalista italiana a Venezia, ma anche un paio di libri recenti e meno recenti, ci insegnano quali sono le regole auree da osservare, per raccontare il mondo (compreso quello della moda)

Una domanda tra tante, di quelle che si fanno ad una conferenza stampa di presentazione di un film, forse non troppo brillante (ma ce ne sono di peggiori); una domanda posta con gli occhiali da sole calati sugli occhi, che impedisce agli intervistati di capire a chi l’intervistatrice si stia effettivamente rivolgendo (cosa che ha fatto notare una delle intervistate in questione, una Julia Roberts che appariva abbastanza incredula rispetto a tutta la situazione); una domanda sulla situazione sociale di Hollywood nel post Black Lives Matter, indirizzata a due dei tre attori presenti, ignorando in maniera abbastanza evidente l’unica attrice nera (Ayo Edebiri, l’amata Sydney di The Bear) che era quella più titolata a rispondere al quesito: è nato così sul web il caso Polidoro (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), come la giornalista italiana firma tra gli altri di The Hollywood Reporter, Vanity Fair o IlSole24Ore, il cui account Instagram è stato subissato di critiche di razzismo, che la diretta interessata ha in un post definito “ingiuste” accusando a sua volta di razzismo “chi il razzismo lo vede dappertutto, e cerca di mettere il bavaglio al giornalismo, limitando la libertà di analisi, pensiero critico, e della pluralità delle prospettive”. A prescindere da questa faccenda sulla quale persone molto più competenti di me hanno già espresso visioni, l’episodio mi ha fatto pensare a come ci approcciamo alle interviste con le celebrità, come raccontiamo mondi ai quali non apparteniamo, come facciamo filtrare la nostra visione di mondo – giusta, sbagliata o mostruosa che sia, come nel caso di Polidoro –specchiandoci nello sguardo di un altro.

Mi è capitato di rifletterci anche perché negli scorsi giorni, negli scampoli di un’estate passata per la maggior parte del tempo dall’altra parte del mondo, sto leggendo un paio di libri che in maniera diversa (teorica e pratica) raccontano il difficile mestiere di chi ha l’onore e l’onere di intervistare chi, a vario titolo, sta facendo la storia. E a brillare sono quegli scritti che non si pongono come obiettivo primario quello di compiacere l’intervistato, quanto di raccontarne l’umanità, nelle sue idiosincrasie e nei suoi difetti. In Processo alla minigonna, raccolta di articoli scritti per L’Europeo da Oriana Fallaci tra il 1955 e il 1966 (e pubblicato da Rizzoli (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) quest’anno in concomitanza con l’uscita della serie Rai dedicatale) la giornalista toscana ne intervista di diversi, da far tremare i polsi a chi si occupa oggi di moda: Yves Saint Laurent, Christian Dior, Cristobal Balenciaga, Coco Chanel. Certo, era un momento nel quale la moda era ancora affare delle classi agiate, le maison erano attività a gestione familiare, e le figure che poi sono divenute mitologiche nelle decadi successive erano “raggiungibili” per una cronista che, semplicemente, chiamava l’atelier per chiedere un’intervista, e nella maggior parte dei casi se la vedeva concessa (l’unica eccezione è la vulcanica Chanel, le cui addette all’atelier avrebbero voluto evitare, forse conoscendo il temperamento fumantino di Coco). C’erano, quindi, molte meno barriere all’ingresso per chi faceva parte della classe giornalistica anche non strettamente di settore. Fallaci era interessata alla moda – ammirava sinceramente Chanel e riconosceva l’influenza che aveva avuto Dior ad esempio – ma non ne era soggiogata: il suo compito di giornalista culturale era ben più ampio della sola moda. Per questo motivo, le sue interviste, a rileggerle oggi, appaiono “conversazioni impossibili”, come prescriveva quella mostra che metteva a confronto il lavoro di Miuccia Prada ed Elsa Schiaparelli.

L’intervista non è mai solo un discorso – con le domande già inviate in anticipo, come invece succede oggi su richiesta delle maison stesse – ma è un vero e proprio racconto, che prende a prestito dalla scrittura letteraria la capacità di creare scene, quadri precisi con odori, colori, brusii di sottofondo e frasi non dette. Prima di incontrare l’intervistato, Fallaci lo studia, va alle sfilate, carpisce informazioni di vario tipo sulla sua vita personale e sui personaggi che gli gravitano intorno – senza mai scadere nel gossip, ma solo per aggiungere dettagli utili al lettore a comprenderne i meriti, ma pure i limiti. Prima di intervistare Dior (il pezzo uscirà su L’Europeo con il titolo I dieci anni dell’angosciato Dior) si reca ad una delle sue sfilate – anche se ha già comprato suoi abiti in passato, ammettendo di aver ceduto a quella che definisce una “dittatura”, pure se quegli abiti dalla linea ad A o addirittura a fagiolino le stanno malissimo. Così racconta l’evento:

“Gremivano le sale dai muri color crema e laccati d’oro, all’ombra delle ciliegie e dei mughetti (portafortuna di Dior) e ostentavano le volubili facce impolverate di cipria. Nascosto dietro una tenda, nel camerino delle mannequins, Monsieur tremava a vederle. Ecco Carmel Snow, con gli occhi spenti e l’aria da uccello imbalsamato: s’è messa un completo di Balenciaga per fargli rabbia. Ecco Bettina Ballard, con l’espressione spietata e il lapis pronto a trafiggere come un pugnale: con quel cappello di Givenchy sembra giovane come vent’anni fa. Ecco tutto lo stato maggiore di «Vogue», dell’«Officiel», di «Harper’s Bazaar». Sarebbe bastato il giudizio negativo di una a distruggere dieci anni di successo. Quando è uscito il primo modello, addosso alla bionda Victoire, Monsieur è stato sul punto di svenire. Quando ha udito una risata, che non era diretta a un vestito, gli hanno dovuto far bere un cognac. Quando è giunta l’eco di un applauso, si è buttato in ginocchio a pregare. E quest’incubo è durato tre lunghissime ore, a un certo punto Monsieur ha avuto una crisi di isterismo. È successo per via di un tailleur che aveva l’orlo scucito. Monsieur s’è messo a gridare che lo volevano in croce, straziato come Gesù Cristo, e una sartina è scoppiata in lacrime, Victoire è scoppiata in lacrime, tutte sono scoppiate in lacrime e in meno di un minuto l’intero laboratorio sussultava in un coro di singhiozzi e di lamenti che salivano al cielo”.

Il creatore è spogliato di tutta la mitologia che poi sarà costruita negli anni dagli uffici stampa e dalle minacce che imporranno implicitamente a chi di quei creatori parla (con il coltello alla gola di un investimento pubblicitario che potrebbe saltare), e viene restituito al lettore nella sua fragilità, e anche nella contraddizione quasi comica di un uomo che, seppur geniale e autore di una delle più grandi rivoluzioni dell’abbigliamento dei tempi moderni, è pieno di timori, tremori, insicurezze. Non andrà meglio a Saint Laurent, definito un ventenne timidissimo – Fallaci lo intervista quando si siede sul trono di Dior dopo la morte inaspettata del fondatore – tendente alla depressione (tutto verissimo) o a Coco Chanel, verso la quale pure Fallaci fa trasparire una grande ammirazione, forse per la comune incapacità delle due nell’arte della diplomazia. A definire questa intervista, basta un solo inciso “Non è una donna: è un demonio”.

(Sotto trovate un’intervista video molto meno abrasiva con Coco, per capire il genere di personaggio: mettete i sottotitoli nella lingua che preferite)

https://www.youtube.com/watch?v=6i2VfBQ9XSQ (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

Portare il lettore al centro della scena, facendogliela visualizzare con tutti i possibili dettagli, soprattutto evitando la paggeria – per paura di offendere chi ci ha garantito l’accesso alla sua presenza, e più in generale a un universo non noto per la sua inclusività – è la lezione che passa anche attraverso il libro Scrivere dal vero. Manuale di giornalismo narrativo (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), firmato dal giornalista Riccardo Staglianò ed edito da Sellerio Palermo. In questa opera, che è dichiaratamente indirizzata a chi si approccia al mestiere del giornalismo, Staglianò non vuole prescrivere regole, ma mette di fronte al lettore alcuni tra gli scritti più memorabili della letteratura contemporanea, firmati da giornalisti che erano capaci di essere anche validi scrittori (non è obbligatorio, ma aiuta), mostrando i dispositivi attraverso i quali quei pezzi sono molto di più che semplici articoli di giornale, ma veri e propri documenti di un’epoca. E non è un caso che molti dei giornalisti citati sono quelli che fanno parte della schiatta nobile del movimento del New Journalism, fondato negli Stati Uniti tra gli Anni ‘60 e ‘70 che usava uno stile narrativo simile a quello dell’autofiction per raccontare la realtà, trasformando il reportage in un film, e il giornalista in uno dei comprimari di quel racconto. Didion, Talese, Wolfe, Capote: sono tutti esponenti di primo piano di questa categoria.

Il punto di vista del giornalista (spesso critico o disincantato rispetto al potere, a volte affascinato ma mai ossequioso) traspare – a differenza del giornalismo classico, che prescrive massima distanza e terzietà rispetto agli argomenti trattati – ma non influenza lo svolgersi della scena. Un esempio lampante di quanto sia possibile fare delle belle interviste, anche laddove l’intervista non è mai concessa, lo ha fornito Gay Talese, nell’inverno del 1965. Incaricato da Esquire di realizzare un profilo di Frank Sinatra, il giornalista si trova nell’impossibilità di soddisfare le richieste dell’editore, in quanto Sinatra non è al massimo della forma fisica, e non vuole essere intervistato. Talese non si perde d’animo e rimane a Los Angeles, sperando che il crooner si rimetta: ne approfitta nel frattempo per frequentare tutti i posti che frequenta Sinatra, parlare con i suoi amici e anche coi nemici. Il quadro che ne risulta racconta non solo di Sinatra, ma anche di un’epoca intera, del sistema periglioso dell’intrattenimento, dell’America più in generale. Il pezzo - lunghissimo – diventerà poi un libro dallo stesso titolo Frank Sinatra has a cold (qualche tempo fa Esquire lo ha messo online, lo trovate qui (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) in lingua originale). Parimenti è illuminante l’articolo apparso sul New York Magazine a firma di Tom Wolfe dal titolo These radical chic evenings, e poi tramutatosi nel ben noto libro Radical chic: il fascino irresistibile del rivoluzionario da salotto. L’articolo nasce da un ricevimento organizzato nel 1970 a Manhattan dal direttore d’orchestra Leonard Bernstein e sua moglie Felicia, al quale Wolfe è invitato insieme anche ad alcuni membri delle Pantere nere, il movimento di rivendicazione dei diritti della comunità nera. Wolfe mette in luce la sostanziale ipocrisia delle classi agiate che sono entusiaste, apparentemente, di sposare cause che rendono “esotiche”, senza rendersi conto che se quelle rivendicazioni di stampo marxista-leninista delle Black Panther fossero veramente soddisfatte, nessuno di loro potrebbe godere dei privilegi di cui gode, in quel duplex da dodici stanze.

Sottolineare quelle contraddizioni, non aver paura della complessità, è compito del giornalista (che poi è l’energia con la quale tenterò di iniziare questo settembre, così per farsi voler bene ancora di più dagli uffici stampa della moda). Certo, i tempi sono cambiati e gli editori non hanno l’autorevolezza di una volta – che li schermava da rappresaglie – e neanche più i soldi, come i 5000 dollari che servirono a Esquire per mantenere Talese a Los Angeles per tre mesi, il tempo necessario a scrivere il profilo.

Il potere delle maison, è stato però preso a colpi di piccone dagli scandali dagli ultimi anni e da certe strategie demenziali che hanno alienato gli affetti del pubblico: i conglomerati non sono più i cavalieri dell’Apocalisse invincibili e intoccabili di solo dieci anni fa, e hanno bisogno più che mai di riguadagnarsi i favori del pubblico. Sarebbe bello se decidessero di abbandonare certe pratiche antidiluviane da regime autoritario (domande mandate solo in anticipo, revisione del testo prima e dopo, approvazione su qualunque virgola) anche perché sembrano essersi scavati la fossa da soli, senza l’aiuto della stampa di settore, che nella maggior parte dei casi, a quei dettami si è dovuta adeguare. Forse è l’anno nel quale si potrà tornare a raccontare la moda con la serietà e la profondità che la moda merita. Anche perché come sostiene nel libro Staglianò, “bisognerebbe avere il coraggio di insolentire i soggetti delle proprie cronache. Mentre spesso i giornalisti, ammessi a feste del genere, trovano inelegante accanirsi sui padroni di casa. E questo è un grave limite. Perché i cronisti non dovrebbero essere amici dei protagonisti ma soltanto dei lettori».

Magari però prima, togliendosi gli occhiali da sole.

We are the fashion pack

The tortured audiovisivo’s department

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