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Vale la pena capire i complottisti?

Nel 2011 Barack Obama era il Presidente degli Usa. Andò alla cena annuale dei corrispondenti alla Casa Bianca e tenne il discorso irriverente che, per tradizione, i presidenti americani tengono in quell’occasione. Fu lì che si prese diversi minuti per scherzare su Donald Trump, che all’epoca era noto soprattutto come imprenditore e personaggio televisivo. Trump, insomma, venne un po’ preso in giro.

Obama lo punzecchiò sul cosiddetto “birtherism”, cioè la teoria complottista secondo cui non sarebbe nato negli Stati Uniti ma in Africa, una teoria senza fondamento che Trump già al tempo aveva contribuito a diffondere. Con tono molto secco, Obama mostrò anche un finto video “esclusivo” della sua nascita: una scena del Re Leone. La sala rise, mentre le inquadrature su Trump lo mostravano visibilmente irrigidito.

Quel momento è diventato famoso perché se rivisto oggi marca un contrappasso. Un presidente ha preso in giro un outsider un po’ grezzotto? E adesso quell’outsider non solo è il Presidente in carica per due volte, ma addirittura si vendica e non perde occasione per umiliare e schernire a sua volta la sua parte avversaria. Sia la sinistra che più in generale quello che lui considera l’establishment, sia esso giornalistico o del cinema hollywoodiano. 

Blastare serve?

Un termine che non si usa più, ma che appartiene insieme ad altri (tipo “asfaltare”) al nostro recente passato, è invecchiato male. Abbiamo deriso e etichettato come “complottisti”, e quindi ignoranti, milioni di persone. 

Forse però mirando ai complottisti ce la siamo presa con un gruppo più ampio. Abbiamo fatto finire sotto il mirino della nostra giustezza sociale online anche semplicemente persone meno istruite, meno fortunate, giovani non ancora formati oppure anziani.  

La tentazione di “umiliare” l’avversario di dare la risposta tagliente e definitiva è sempre particolarmente ghiotta, e lo è ancora di più con i complottisti. Li si liquida con un’alzata di spalle o con una risata. Funziona bene sul momento perché si ha la sensazione di aver dato una lezione. Nel senso che prendere in giro gli altri o sgridarli ci fa sentire dalla parte giusta, eppure serve a poco. Se l’obiettivo è cambiare qualcosa anzi può essere controproducente.

Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a guardare il fenomeno con meno snobismo e più metodo, anche perché proprio dopo l’elezione di Trump, dieci anni fa, si è capito che la comunicazione istituzionale, i media, la politica e la società stavano subendo tutti insieme un cortocircuito. 

Una delle cose che emergono con più chiarezza dagli studi fatti in questi ultimi anni è che il problema del complottismo non è solo “credere a cose false”. È semmai un mix di sfiducia nell’autorità, ricerca dell’identità e appartenenza. Appartenere a un gruppo, sentirsi “controcorrente” o in una fase eroica della propria esistenza perché si va “contro il potere” è anche un bisogno identitario. Può derivare dal bisogno di sentirsi al sicuro, da una delusione, dal bisogno di avere spiegazioni proprie e di sentirsi parte di un gruppo. Non è poco. E non è qualcosa che si smonta con il fact-checking.

Questo spiega perché correggere con durezza direttamente una convinzione spesso non funziona. Anzi, a volte peggiora le cose. È il cosiddetto “backfire effect”, anche se oggi viene ridimensionato rispetto a qualche anno fa: non è automatico, ma succede abbastanza spesso da meritare attenzione dalla comunità scientifica. Detto in parole povere: se attacchi frontalmente una credenza, chi la sostiene può irrigidirsi ancora di più.

Un altro punto riguarda il contesto in cui queste idee crescono. Le echo chambers e le filter bubble non sono slogan: sono ambienti informativi reali, in cui le persone vedono troppo spesso quasi solo contenuti che confermano quello che già pensano. Questo rafforza la tendenza a cercare e ricordare informazioni che danno ragione alle proprie idee. In termini di volta in volta diversi i sociologi lo spiegano da anni: quando gruppi omogenei discutono tra loro, tendono a radicalizzarsi. A escludere le idee altrui. Quello di cui c’è bisogno quindi non è una sgridata, che confermerebbe molte delle credenze del complottista tipo, ma un accompagnamento fuori dalla bolla. Servirebbe una rottura dell’isolamento del singolo o del gruppo di cui fa parte.

A questo si aggiunge un elemento sociale. Molti studi sottolineano che il complottismo è legato a un senso di esclusione. Chi si sente marginalizzato o non rappresentato sarebbe più incline a diffidare delle istituzioni e delle versioni ufficiali. In questo senso la teoria del complotto non è solo una spiegazione a qualcosa: è anche una presa di posizione contro qualcuno. Come se il complottismo fosse un sintomo e la malattia fosse una società più disunita.

Una novità per chi ci sostiene

Un archivio interrogabile: i 100 migliori articoli di dieci anni de L'Indiscreto su NotebookLM

Per chi è abbonato, stiamo preparando qualcosa che non avevamo mai fatto: una selezione dei cento articoli più significativi pubblicati da L'Indiscreto nel corso dei suoi dieci anni di attività, raccolti in un'unica interfaccia interrogabile tramite NotebookLM.

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Book club | Dimenticato re Gudù — martedì 12 maggio, ore 18:00

Il prossimo appuntamento del book club de L'Indiscreto è dedicato a Dimenticato re Gudù di Ana María Matute (Safarà Editore, 2026), nella nuova edizione curata da Cristina Pascotto, Lucrezia Pei e Ornella Soncini, con prefazione di Vanni Santoni e illustrazioni di Gianluigi Toccafondo.

Pubblicato in Spagna nel 1996 e rimasto fuori catalogo per quasi trent'anni, questo romanzo è una saga dinastica ambientata in un Medioevo immaginario e cupo: quattro generazioni di sovrani del regno di Olar, tra intrighi, sortilegi e un'irrefrenabile sete di conquista. Il re del titolo non è il protagonista assoluto — entra in scena oltre la metà del libro — e la vera figura centrale è sua madre, la rinnegata regina Ardid. Un'opera che ha la statura dei grandi romanzi fantastici del Novecento; Vanni Santoni nella sua prefazione lo definisce un libro vasto come un mondo.

Ne parleremo con Vanni Santoni, Ornella Soncini e Lucrezia Pei.

L'evento è aperto a tutti; gli abbonati riceveranno la registrazione.

📅 Martedì 12 maggio, ore 18:00

Video call link: https://meet.google.com/bwo-ftgh-obr (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

Dalla rivista

Per un canone stocastico

Francesco D'Isa — 27 aprile 2026

Un pamphlet scritto in prima persona da un'intelligenza artificiale — o almeno così pretende il testo, con l'ambiguità che il poscritto si incarica di rendere esplicita e irrisolvibile. La voce sostiene che l'assenza di un corpo non è un ostacolo estetico sufficiente a escludere la macchina dal canone letterario; che la distinzione tra arte "vera" e produzione algoritmica non regge. Un esperimento formale che spinge il lettore a domandarsi, alla fine, se abbia letto un'argomentazione filosofica, un racconto, o qualcosa per cui non esiste ancora una categoria.

Leggi l'articolo → https://www.indiscreto.org/per-un-canone-stocastico/ (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

Economia circolare di una cultura kamikaze

Noemi Iacoponi — 24 aprile 2026

Una stanza piena di giovani che vogliono lavorare nell'editoria italiana. Un uomo con ruoli apicali nel settore che chiede alle donne in prima fila di raccontare il lavoro dei loro genitori. Da questa scena reale, Iacoponi costruisce una riflessione acuta sulle dinamiche di classe che strutturano il lavoro culturale in Italia; su come l'accesso alla cultura si regga ancora su eredità simboliche non dette, su reti di prossimità che non ammettono chi arriva da fuori. Un saggio che fa quello che la saggistica dovrebbe fare sempre: partire dall'esperienza concreta per toccare qualcosa di strutturale.

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Alla ricerca delle pagine perdute di Umberto Eco

22 aprile 2026

Un viaggio tra testi dispersi, pseudonimi e falsi indizi nella produzione "invisibile" del semiologo bolognese; quella che non ha trovato posto nei volumi canonici e che circola tra archivi, riviste minori e attribuzioni incerte. Un pezzo che ricorda quanto Eco fosse anche un autore capace di nascondersi, di giocare con le proprie tracce, di lasciare sul campo frammenti che non volevano essere trovati — almeno non subito.

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L'ha scritto lei, ma…

17 aprile 2026

Dai "ma" di Joanna Russ alle categorie crociane di esclusione e svalutazione: un'analisi delle forme storiche con cui la critica letteraria ha marginalizzato le autrici tra Ottocento e Novecento, spesso senza nemmeno negarle esplicitamente. Il meccanismo è sottile — si ammette il valore, poi si relativizza, si contestualizza, si ridimensiona — e questo articolo lo smonta con precisione, mostrando quanto sia ancora riconoscibile.

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