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Un incontro con Carmen Gallo - link alla registrazione

Stasera abbiamo incontrato Carmen Gallo per parlare di Procne Machine, il suo ultimo libro di poesia, vincitore della classifica di qualità de L'Indiscreto nella sezione poesia. È stato uno di quegli incontri in cui si ha la sensazione che qualcosa sia rimasto nell'aria anche dopo la chiusura della sessione e che le domande abbiano aperto più di quanto abbiano chiuso. Ve ne restituiamo qualcosa, con l'invito a guardare la registrazione integrale (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) — riservata agli abbonati.

Una macchina per raccontare la violenza

Incontro con Carmen Gallo — 31 marzo 2026

Procne Machine è un libro che non si lascia leggere distrattamente, e Carmen Gallo lo sa bene. Durante l'incontro ha spiegato come la forma-macchina non sia solo una metafora, ma una scelta etica prima ancora che stilistica: rimettere in serie, come in una catena di montaggio, tutte le versioni del mito di Procne e Filomela dall'antica Grecia a T.S. Eliot, senza riscriverle, senza aggiungerci nulla, per mostrare come quella serialità stessa riveli il meccanismo con cui la violenza sulle donne viene sistematicamente resa irrilevante. La prosa piana della sezione centrale — che Gallo definisce "spoken music" — non è semplificazione ma rifiuto dell'estetizzazione, un modo di non abbellire ciò che non va abbellito.

Uno dei passaggi più interessanti della conversazione ha riguardato la questione formale: come si trova una voce poetica per una storia in cui la voce è stata strappata? Gallo ha raccontato che ogni sezione del libro ricomincia da capo, ritrova ogni volta una forma diversa — liriche, prosa, poemetto, traduzioni come cover, una sezione finale che lei definisce "ghost track". L'ispirazione decisiva è venuta da Laurie Anderson e dal suo disco Heart of a Dog: il riconoscimento che la poesia contemporanea può permettersi gli stessi movimenti del concept album, le stesse variazioni di genere e tonalità che negli altri linguaggi artistici consideriamo del tutto normali.

Gallo ha posto con chiarezza un problema che riguarda chiunque si occupi oggi di poesia: la parola poetica richiede attenzione, e l'attenzione è la merce più rara del momento. I social hanno dato visibilità alla poesia, ma al prezzo di selezionare ciò che funziona nei dieci secondi di uno scroll; ne viene fuori una sintesi forzata dal contesto di fruizione, che ha poco a che fare con la densità di significato che la poesia ha costruito nel corso della sua storia. È un vantaggio e uno svantaggio insieme, e Gallo non finge che sia una contraddizione semplice da risolvere. La poesia, dice, andrebbe trattata come qualsiasi altro linguaggio contemporaneo — con le stesse aspettative che rivolgiamo al cinema, al teatro, alla fotografia.

Alla domanda sul rapporto tra scrittura e traduzione, Gallo ha risposto con una confessione inattesa: tradurre è la cosa che preferisce fare, perché la solleva dalla responsabilità di scegliere cosa dire. Scrivere poesia, invece, pone ogni volta la domanda di legittimità, la domanda se ciò che si porta sulla pagina valga il gesto della presa di parola. Questa tensione si è fatta particolarmente acuta durante i laboratori nel carcere di Secondigliano, dove l'incontro con esperienze biografiche che rendevano la propria quasi irrilevante ha obbligato a riconsiderare il senso di scrivere. La poesia come conoscenza, non come consolazione né come terapia.

La registrazione integrale dell'incontro con Carmen Gallo è disponibile per gli abbonati de L'Indiscreto

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