Pratiche d’inclusione tra alunni «normali» e alunni «speciali»
di Giuseppe Paschetto
Beata la scuola che non dividerà più i suoi alunni tra normali e speciali. Il termine speciale compare ad esempio nell’acronimo BES: alunno portatore di «Bisogni educativi speciali».
L’alunno BES può essere classificato come DSA (Disturbi specifici dell’apprendimento), categoria a cui appartengono dislessici, disgrafici, discalculici, disortografici, caratterizzato da ADHD (Deficit dell’attenzione e iperattività), e in questi casi viene stilato un Piano didattico personalizzato (PDP); oppure con disabilità motorie e cognitive e in questo caso entra in gioco l’insegnante di sostegno. E poi c’è un’ultima categoria che non necessita di certificazioni del Servizio sanitario nazionale, è sufficiente una constatazione da parte della scuola che rilevi difficoltà legate al livello socioeconomico, linguistico, culturale. Rispetto a quest’ultima categoria di BES sorge spontanea la domanda: «Ma quale alunno, e potremmo aggiungere quale adulto, non è portatore di bisogni educativi speciali?» La domanda l’ho inserita anche nel piano di miglioramento dell’istituto alcuni anni fa. A mio avviso, tutte le persone sono portatrici di bisogni educativi speciali. I ragazzi che entrano a scuola, per quanto l’istituzione cerchi di inscatolarli in fasce e categorie, sono tutti diversi uno dall’altro.
Ognuno di loro si porta dietro la propria storia famigliare, i propri talenti, le fragilità, gli interessi, gli stili di apprendimento, e le diverse incarnazioni delle nove multiformi intelligenze teorizzate dallo psicologo Howard Gardner. Sarebbe dovere della scuola considerare ogni alunno portatore di BES e quindi utilizzare come prassi strategie particolari e individualizzate, valorizzando i talenti, i diversi stili di apprendimento, invece di riferirsi come modello a un alunno standard inesistente nella realtà. E questo al di là della formalizzazione burocratica. Diceva il sociologo e poeta Danilo Dolci che persino i fiocchi di neve, se osservati attentamente, sono uno diverso dell’altro, figuriamoci i ragazzi. Ovviamente, gli alunni che provengono da situazioni famigliari disagiate dovrebbero ricevere un’attenzione particolare che può realizzarsi però solo esercitando l’arte dell’empatia, dell’immedesimazione nella situazione delle persone con cui si entra in relazione.
C’è poi la questione dell’insegnante di sostegno, riconosciuto alla classe in cui ci siano uno o più alunni certificati dal Servizio sanitario nazionale. Sono ancora troppo diffuse nella scuola italiana situazioni che vanno contro la pratica dell’inclusione alla base della normativa degli insegnanti di sostegno. L’alunno con disabilità viene portato sistematicamente fuori dalla classe dall’insegnante di sostegno e non di rado su sollecitazione di docenti disciplinari: «Portalo fuori che disturba!», «Fallo uscire che non riesco a fare lezione, intanto a stare in classe perde solo tempo». Procedendo in questo modo l’inclusione si trasforma ben presto in ghettizzazione, in un rapporto esclusivo tra alunno disabile e insegnante di sostegno. In alcune scuole si può addirittura assistere ad assurdità come le aulette di sostegno con tanto di etichetta sulla porta. Come abbiamo constatato nella scuola di Mosso, la situazione ideale si realizza quando l’insegnante di sostegno è vissuto davvero come una risorsa per tutta la classe, senza che ci sia bisogno di chiedersi chi sia il compagno «sostenuto». Certo, ci sono situazioni particolari in cui un alunno deve svolgere attività fuori dalla classe ma anche in quel caso non viene mai lasciato solo.
Deve esserci sempre un gruppo di alunni che segue a turno le attività particolari rivolte al loro compagno.
Un’esperienza particolarmente bella di inclusione si è realizzata grazie allo straordinario lavoro del mio collega di sostegno Riccardo Ongaretto dal 2012 al 2019, poi divenuto dirigente scolastico. Per quattro anni ha seguito la situazione di un alunno con difficoltà gravi, paraplegico, con un uso limitato delle mani e incapace di parlare. Il recupero di capacità e di autonomia che ha ottenuto è stato eccezionale. Il tutto in un contesto di inclusione di gruppo di grande valore, con compagni di scuola in grado di collaborare nei momenti di gioco, dei pasti, delle attività specifiche, delle uscite. E soprattutto di farlo volentieri avendo riconosciuto in quella diversità del loro compagno un valore aggiunto del loro cammino scolastico. Quel compagno, il cui percorso educativo è stato racchiuso in un bellissimo cortometraggio, era diventato la vera star della scuola.