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La povertà è sottostimata al Sud

Analisi critica sulle statistiche Istat delle famiglie in difficoltà e sulle soglie dei redditi per definire povertà assoluta e gabbie salariali

In Italia ci sono 2,2 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta, delle quali il 40% vive nel Mezzogiorno. È un dato Istat, relativo al 2024, che siamo abituati a considerare un fatto, compresa la ripartizione territoriale, coerente con il quadro generale di ritardo economico e sociale del Sud Italia e delle Isole, visto che l’incidenza di famiglie povere sul totale risulta maggiore (10,5% delle famiglie residenti nell’area) rispetto al Centronord (7,5%) e alla media nazionale (8,7%). Corollario di questa valutazione, è la bontà della metodologia Istat che, per la povertà assoluta, si basa su soglie di reddito le quali, a parità di nucleo familiare, sono diversificate in relazione alla tipologia urbana (area metropolitana, grande comune e piccolo comune) e rispetto alla regione. Per cui per esempio la soglia di povertà per una persona sola di 30-59 anni in Lombardia è di 1.225 euro a Milano, 1.026 euro a Pavia e 983 euro a Voghera mentre in Campania i valori sono 755 euro a Napoli, 725 a Salerno e a 721 euro a Sapri. Differenze che tuttavia sollevano qualche dubbio: possibile che tra Sapri e Napoli ci sia una distanza tra le soglie di povertà di una manciata di euro? Ed è ragionevole pensare che Napoli sia tanto più economica di Voghera?

Per approfondire il tema, proviamo a confrontare le stime Istat sulle famiglie in povertà assoluta, con riferimento al 2024, e le statistiche sempre di fonte Istat su indicatori di situazioni familiari associate alla povertà assoluta. È una metodologia che Eurostat utilizza per definire una condizione di povertà che non sia meramente reddituale. Sono disponibili con fonte Istat, sempre per il 2024, sei analisi di tale tipo, tra le quali la difficoltà ad acquistare vestiti indispensabili, a riscaldare adeguatamente la casa, a pagare le bollette. Se le rilevazioni sulle famiglie in povertà assoluta sono accurate, dovrebbero rispecchiarsi nei concreti disagi che affrontano le famiglie. Ma così non è: in tutte le sei analisi la quota di famiglie in disagio registrata nel Mezzogiorno è superiore di oltre dieci punti rispetto al 40% della povertà assoluta, con una media di quindici punti. Quindi o le famiglie meridionali del campione statistico Istat tendono a sovrastimare nelle dichiarazioni la propria condizione di disagio, oppure il meccanismo delle soglie di povertà differenziate contiene un errore sistematico tale da conteggiare erroneamente una quota famiglie del Centro-Nord come in povertà assoluta e allo stesso tempo escludere famiglie del Mezzogiorno dalla rilevazione sulla povertà assoluta.

Con una conseguenza: se le soglie di reddito differenziate per regione sono inaffidabili per intercettare la povertà assoluta, lo sono anche le rilevazioni sul costo della vita nei territori, da cui scaturiscono analisi orientate a sostenere la necessità di agganciare le retribuzioni (e, perché no, un domani, le pensioni sociali) alla residenza. Ecco perché gli appunti che seguono non rispondono a una mera curiosità statistica ma aggiungono elementi di concretezza al dibattito e spunti al decisore politico.

Quante famiglie povere?

In base alla rilevazione Istat sul 2024, pubblicata il 14 ottobre 2025, le famiglie in povertà assoluta in Italia sono (espresse in migliaia) 2.224. Vale a dire l’8,4% delle 26.342 migliaia di famiglie residenti. La quota del Mezzogiorno sul totale Italia è pari al 39,8% rispetto all’insieme delle famiglie in povertà assoluta e al 32% sul totale famiglie residenti. Analizzando sei specifiche condizioni di disagio, però, il peso del Mezzogiorno è sempre superiore al 50%, come risulta dalla tabella che segue.

I numeri della povertà e del disagio economico

(dati Istat in migliaia, rilevazioni anno 2024)

Famiglie residenti in Italia: 26.342

di cui nel Mezzogiorno: 8.436 32,0%

Famiglie in povertà assoluta: 2.224

di cui nel Mezzogiorno: 886 39,8%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di non avere soldi in alcuni periodi dell’anno per il cibo: 690

di cui nel Mezzogiorno: 352 51,0%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di non poter riscaldare adeguatamente la casa: 2.535

di cui nel Mezzogiorno: 1.344 53,0%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di avere arretrati sulle bollette: 1.103

di cui nel Mezzogiorno: 588 53,3%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di non avere soldi in alcuni periodi dell’anno per vestiti necessari: 1.306

di cui nel Mezzogiorno: 711 54,5%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di non avere soldi in alcuni periodi dell’anno per malattie: 1.170

di cui nel Mezzogiorno: 699 57,2%

Famiglie residenti in Italia che dichiarano di arrivare a fine mese con grande difficoltà: 1.514

di cui nel Mezzogiorno: 975 64,4%

Appare quindi evidente che il rapporto fra Centro-Nord e Mezzogiorno individuato con la misura della povertà assoluta (60-40) non è confermato dalle rilevazioni statistiche sugli effettivi parametri di disagio sociale, rilevazioni nelle quali la maggioranza assoluta di famiglie in condizioni di disagio vive nel Mezzogiorno.

Storia di una statistica

In Italia le prime stime della povertà assoluta risalgono al 1997 quando, su sollecitazione della Commissione di indagine sulla povertà presieduta da Pierre Carniti, un gruppo di studio dell’Istat coordinato da Massimo Livi Bacci mise a punto una metodologia di misura della povertà assoluta che affiancasse i tradizionali indicatori di povertà relativa. Quest’ultima è definita come la soglia di reddito per una coppia di persone che vive con un reddito pari alla spesa media procapite di una singola persona residente in Italia. In sostanza è un indicatore della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Nel 1998 l’Istat ha affiancato alle stime della povertà relativa, quelle sulla povertà assoluta, individuando però una sola soglia per ciascuna tipologia di famiglia. Su richiesta della Lega Nord, interessata alle analisi differenziate per territorio, l’Istat nel 2003 ha interrotto la diffusione delle stime sulla povertà assoluta, provando a elaborare una metodologia che permettesse di analizzare la variazioni spaziali dei prezzi. Tema non facile, perché l’Istat ha a disposizione una mole gigantesca di rilevazioni sui prezzi, finalizzata alla verifica tempestiva dell’inflazione, ovvero delle variazioni dei prezzi stessi. Tali dati però non possono essere direttamente comparati tra i vari territori perché sono relativi ai prodotti più venduti per ogni specifica tipologia in ciascun negozio campione e non, come talvolta si ritiene, a prodotti identici. Pur con tali difficoltà tecniche, la diffusione dei dati sulla povertà assoluta con soglie territoriali (Nord-Centro-Sud) è ripresa nel 2009 con riferimento al triennio 2005-2007 e da allora accompagna di nuovo quelli sulla povertà relativa. Nel 2022 la metodologia è stata raffinata arrivando al dettaglio regionale.

Nella nota metodologica diffusa il 22 aprile 2009 («La misura della povertà assoluta», pagina 69) l’Istat evidenzia i problemi connessi all’utilizzo di valori rilevati per stimare l’inflazione:

«l’impianto della rilevazione dei prezzi al consumo è finalizzato prioritariamente alla costruzioni di indici che permettano di misurare la variazione nel tempo dei prezzi di una paniere di beni e servizi rappresentativo dei consumi delle famiglie italiane. I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà e packaging, non comparabili tra le differenti unità territoriali (capoluoghi di provincia) presso le quali viene effettuata la rilevazione», infatti - si legge ancora nel documento dell’Istat - «l’impianto della rilevazione dei prezzi al consumo, coerentemente con quanto esposto nel punto precedente, orienta il rilevatore alla registrazione del prezzo della referenza più venduta nell’ambito di una posizione rappresentativa di un insieme di prodotti appartenenti a una determinata voce. Per referenza si intende la combinazione di marca, varietà e quantità, che, unitamente all’unità di rilevazione presso la quale viene rilevato il prezzo elementare, costituiscono gli elementi che permettono di identificarla univocamente. Pertanto, nell’ambito della rilevazione dei prezzi al consumo, il prezzo minimo che viene individuato in un determinato capoluogo di provincia rappresenta il prezzo minimo delle referenze più vendute (e non di tutte le referenze disponibili) nei punti vendita campionati».

In altre parole, i rilevatori comunali che forniscono la base dati all’Istat registrano i prezzi dei prodotti più venduti per ciascuna referenza, monitorando quindi il comportamento concreto del consumatore medio, influenzato come è ovvio dalla sua disponibilità economica. In sostanza le città del Nord non risultano più care perché il livello dei prezzi del medesimo prodotto sia superiore ma perché sono i posti dove si vendono maggiormente prodotti di prezzo medio o elevato. Fatto sta che i prezzi raccolti per monitorare l’inflazione sono «non comparabili», eppure utilizzati per le comparazioni territoriali, in assenza di soluzioni migliori. Rispetto al 2009, però, l’Istat ha iniziato a elaborare una tecnica specifica per la rilevazione degli «Indici spaziali dei prezzi al consumo». L’indagine sui dati 2025 è ancora in corso ma una prima indagine sperimentale, relativa alla situazione del 2022 e rappresentativa del 48% della spesa delle famiglie italiane, evidenzia differenze territoriali molto meno marcate rispetto a quanto risulta con la soglia di povertà del medesimo anno. Nella regione con il minore Pil procapite d’Italia, la Calabria, i prezzi sono appena del 2,5% inferiori alla media nazionale. Tale indicatore inoltre analizza la spesa per beni e servizi, ma non tiene conto del diverso livello di servizi pubblici disponibili nei territori, strutturalmente inferiore nel Mezzogiorno, un aspetto che incide fortemente sulle reali condizioni di vita delle famiglie.

Anche le rilevazioni spaziali sui prezzi, comunque, evidenziano la criticità delle soglie di povertà assoluta stimate dall’Istat, come è evidente dal confronto nella tabella che segue. Le soglie regionali di povertà dell’Istat (con riferimento alla persona singola di 30-59 anni e ai centri di media dimensione) nel 2022 erano comprese nel range 80-115 mentre i prezzi rilevati con tecniche spaziali corrette rientrano nel range 92-109. A essere sopravvalutate rispetto alla realtà del costo della vita sono soprattutto le soglie di povertà assoluta di Emilia Romagna e Veneto, mentre risultano particolarmente sottovalutate le soglie di povertà di Puglia (quasi 19 punti) e c’è un differenziale di oltre dieci punti anche in Molise, Sicilia, Calabria e Campania.

Marco Esposito (20 febbraio 2026)

Tabella delle Differenze territoriali nei prezzi (Istat 2022)

Territorio………… Spaziali / Povertà / Divario

Sud Tirolo………. 109,47 / 115,51 / +6,04

Lombardia………. 108,09 / 115,23 / +7,14

Trentino…………. 106,17 / 115,51 / +9,34

Emilia Romagna 103,67 / 115,49 / +11,82

Toscana…………… 103,14 / 109,12 / +5,98

Liguria……………. 102,89 / 106,53 / +3,64

Veneto…………….. 102,53 / 114,22 / +11,69

Piemonte…………. 101,64 / 97,9 / -3,74

Sardegna………….. 101,44 / 96,02 / -5,42

Valle d’Aosta……… 101,41 / 110,85 / +9,44

Friuli Venezia G… 100,23 / 106,4 / +6,17

Marche……………… 99,64 / 101,63 / +1,99

Lazio………………… 99,03 / 100,8 / +1,77

Umbria……………… 97,69 / 91,47 / -6,22

Puglia………………... 97,67 / 78,74 / -18,93

Calabria……………... 97,50 / 83,47 / -14,03

Sicilia…………………. 95,78 / 81,09 / -14,69

Molise………………… 95,12 / 80,06 / -15,06

Abruzzo………………. 94,61 / 90,35 / -4,26

Basilicata…………….. 92,69 / 84,23 / -8,46

Campania……………. 91,82 / 79,68 / -12,14

ITALIA………………. 100,00 / 100,00 / 0,00

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