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Cosa stiamo seminando

Seminare Idee torna a Prato. Le intenzioni sono giuste. Le domande restano.

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Dal 5 al 7 giugno Prato ospita la seconda edizione di Seminare Idee (Opens in a new window), festival culturale promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Prato. Trentadue eventi gratuiti, 35 relatori, tema dell'edizione: Desiderio. Lo psicoanalista Massimo Recalcati apre venerdì al Politeama, una lectio magistralis di Amalia Ercoli Finzi chiude domenica al Chiostro San Domenico. Nel mezzo, lo scrittore Francesco Piccolo, il filosofo Maurizio Ferraris, il fisico Federico Faggin.

È un format riconoscibile. Si svolge due settimane dopo I dialoghi di Pistoia, negli stessi giorni de La città dei lettori di Firenze. Un ecosistema affollato, in cui la domanda non è se le persone verranno (spoiler: verranno) ma se qualcosa resterà.

C'è un'espressione di Masanobu Fukuoka (Opens in a new window), botanico e filosofo giapponese, teorico dell'agricoltura naturale e del non fare, che dice: "il seme chiama l'acqua". Il seme non viene forzato nel terreno. Viene lasciato trovare il proprio tempo, le proprie condizioni. Germoglia solo quando il territorio è pronto ad accoglierlo. Fukuoka sosteneva che lanciando abbastanza palline di argilla e semi in un deserto, col tempo, il deserto rifiorisce.

Forse anche la cultura funziona così. O forse no.

Il rischio che anche i promotori riconoscono

Ho incontrato Diana Toccafondi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, aspettandomi di dover difendere una critica. Non è andata così.

Toccafondi ha costruito il festival partendo da un giro d'Italia sui festival simili: Sarzana, Pistoia, Lucca. «Ho visto il positivo e il meno positivo», mi ha detto. «Alcune cose le vedevo un pochino più pensate a tavolino». La sua conclusione: «Prato non ha bisogno di format che arrivino dall'alto. Qui c'è già un bel brulicare di capacità».

Una delle prime cose che aveva detto alle direttrici artistiche era stata questa: «Non finiamo nel circo delle agenzie che ti piazzano la gente perché hanno da vendere il libro appena uscito. E trovo scandalosi i cachet che certe volte vengono pagati».

Quando ho citato il critico Goffredo Fofi (Opens in a new window) e un suo articolo sulla proliferazione di festival dove tutti chiacchierano e applaudono e la cultura diventa intrattenimento consolatorio, Toccafondi non ha deflesso. «Sono assolutamente d'accordo. Il rischio è quello del consumo culturale, esattamente come si consuma al supermercato». E poi: «Le liturgie, ce l'insegna la Chiesa cattolica, hanno anche questa funzione consolatoria».

A un certo punto ha usato la metafora di Fukuoka. «Abbiamo seminato un po' alla giapponese», ha detto. «Buttando e vedendo che cosa poteva succedere». Il frame critico che avevo scelto per questo articolo era già il suo. La domanda è se le intenzioni bastino.

 Lo scarto tra intenzione e struttura

La prima edizione, Toccafondi lo ammette, era stata un rischio. Il tempo per dissodare il terreno non c'era stato. «Ho fatto una testa così agli organizzatori», dice. La conferma che qualcosa di reale stesse succedendo era arrivata dopo, dalla risposta del pubblico, non i numeri, ma quello che chiama «una risposta affettiva, profondamente affettiva, quasi una felicità». Persone di estrazioni diverse che tornavano a casa e portavano quello che avevano ascoltato nelle loro attività. «Mi è successo di incontrare persone al supermercato che mi dicevano: questa è stata un'esperienza fondamentale per i noi».

C'è un altro segnale che vale la pena notare, anche se va letto con cautela. La prima edizione aveva puntato su nomi con una riconoscibilità mediatica molto alta: Saviano e Veronesi ad aprire, poi Gabanelli, Veltroni, Mannocchi.

Questa edizione ha una fisionomia diversa (Recalcati, Ferraris, Faggin, Ercoli Finzi)  meno da copertina, più da sostanza. Può essere una conseguenza di un budget ridotto. Può anche essere una scelta. Se è la seconda, è la più interessante: significherebbe che il festival sta cercando di costruirsi un'identità che non dipenda dal nome capace di riempire la piazza, ma dalla qualità degli interventi. È presto per dirlo.

Ma è una domanda che vale la pena tenere aperta.

Un altro filo sottile collega il festival al territorio, anche se in modo ancora timido: Prato Comunità Educante (Opens in a new window) (PCE). Si tratta del progetto della Fondazione che da anni lavora sulla dispersione scolastica mettendo in rete scuole, associazioni e istituzioni culturali. È presente nel festival, ma soprattutto come serbatoio di volontari e volontarie. È un ruolo utile, ma riduttivo rispetto a quello che PCE è diventato: un esperimento di collaborazione civica tra soggetti molto diversi che Toccafondi stessa considera il progetto più riuscito della Fondazione.

La prima istruzione alle direttrici artistiche di Delos era di non entrare nel circo delle agenzie, la seconda: fate in modo che i progetti si contaminino tra loro. «Finché non si contaminano», mi ha detto, «rimarranno sempre delle scatoline, magari belline e preziose, ma chiuse».

Che un festival che si chiama Seminare Idee e si interroga sul Desiderio non abbia trovato il modo di mettere in scena quella rete (oltre al volontariato, e pochissimo nel contenuto) è forse il limite più concreto di questa edizione. O il cantiere aperto più interessante per la prossima.

Quando chiedo direttamente quali realtà culturali locali siano presenti nel programma, non come pubblico, ma come soggetto, la risposta è onesta: poco visibili nel cartellone. La giornata di settembre al Centro Pecci (dal titolo “Cultura ri-genera comunità” (Opens in a new window)), in cui Toccafondi aveva chiamato a raccolta quelle realtà culturali per costruire una rete, aveva generato entusiasmo. L'ambizione era più concreta di un semplice incontro: costruire una piattaforma di coordinamento tra le realtà culturali della città, calendari condivisi, temi comuni. «Coordinarsi non soltanto nel dire: c'è un calendario coordinato», aveva spiegato Toccafondi, «ma magari ci sono temi coordinati, magari modalità diverse». Quella piattaforma non è mai nata e «le forze sono un po' mancate». Il Comune commissariato aveva tolto il referente istituzionale. «Abbiamo aspettato che la città passasse questo momento di sconcerto».

È una spiegazione comprensibile. È anche la dimostrazione di quanto sia fragile un progetto di radicamento quando dipende dalla stabilità istituzionale per avanzare, mentre la macchina del festival, gli ospiti, la comunicazione, i chiostri, va avanti comunque.

 La domanda che resta aperta

Prato non è un fondale neutro. È una città operaia, migrante, multietnica, con conflitti sociali e culturali molto concreti. Molti festival sembrano usare le città come scenografie. Potrebbero svolgersi (e in effetti si svolgono, a pochi chilometri) quasi identici altrove. Cambia il chiostro, il teatro, non il format

Toccafondi lo sa. «Questo festival ha bisogno di essere coltivato, sarchiato, concimato e rispettato in questa voglia di assomigliare alla città», dice. E poi: «Lo affido alla città». Vorrebbe che un giorno si riuscisse a premiare «chi collega la testa, il cuore e le mani nel suo quotidiano». I veri eroi del nostro tempo, li chiama.

È un desiderio bello. Coerente col tema del festival. La domanda è se tre giorni di conferenze in teatri e chiostri del centro siano il posto giusto in cui cercarlo.

Fofi lo aveva scritto nel 2009: «Tutto questo gran chiacchierare e ascoltare, esibirsi e commentare fa parte del ciclo della merce? La cultura è il nuovo oppio dei popoli? Io ne sono persuaso». Quindici anni dopo, quella domanda è ancora in piedi. Anche per chi la conosce bene, la condivide, e vorrebbe risponderle con un no.

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Seminare Idee Festival si svolge dal 5 al 7 giugno 2026 a Prato. Tutti gli eventi sono a ingresso libero su seminareideefestival.it (Opens in a new window)

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A proposito di Goffredo Fofi

Quando sono in crisi rileggo le parole di Fofi che seguono: visto ne abbiamo parlato, continuiamo a rendere omaggio ad un grande pensatore sempre attuale.

“Io sono arrivato a fare una specie di decalogo in quattro punti: resistere, studiare, fare rete e l’ultima cosa è rompere i coglioni.  Si è tentati di raccontarsi delle favole: probabilmente il gioco è già giocato e quindi abbiamo perduto.

Quello che si può fare è resistere; quello che si può fare è tenere in piedi delle situazioni serie, solide e minoritarie; è una scelta essere minoranza eticamente determinata con dei valori da affermare.

Quindi non si tratta di disprezzare le maggioranze, oggi particolarmente manipolate. Anche la cultura è usata per impedire di guardare in faccia le cose, per distrarre: la cultura come distrazione.

Noi siamo sommersi da parole inutili, suoni inutili e immagini inutili; non solo inutili ma invadenti dannosi. Non ci lasciano un minuto da soli perchè hanno paura che se restiamo soli a pensare poi stiamo male.”

Goffredo Fofi

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La bocciofila dal vivo: buona la prima

Ascolta il primo incontro de La Bocciofila con Valentina Pedone

https://open.spotify.com/episode/3RFDFO5bDL1ZrTWzYvmsGb?si=V3bG9LouQH-W1Y8Mji563A&nd=1&dlsi=db53ac91eb214717 (Opens in a new window)

Gli incontri dal vivo hanno un'energia che non si spiega, si sente. E vederla moltiplicarsi ogni volta che ci si ritrova — in persone che arrivano, che si siedono, che restano — è una delle cose più belle di questo progetto.

Dopo il primo appuntamento al Gradisca, la Bocciofila di Buzz Prato si sposta all'aperto: tutti i mercoledì di giugno, ai giardini della Passerella, alle 19.

Mercoledì 10 giugno partiamo da Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista di Michele Arena, educatore e autore, per parlare di quello che succede davvero dentro una classe: le differenze sociali che entrano a scuola, come vengono lette (o ignorate) e quali strumenti hanno insegnanti ed educatori per non trasformarle in destini già scritti.

Con Arena ci saranno anche Federica Bartoletti e Andrea Bigagli, docenti di lettere all'Istituto Comprensivo "Don Milani" di Prato.

Perché una classe non è mai un luogo neutro.

All’aperto, birrette, possibilità di fare aperitivo o cenare.

Vi aspetto lì.

La programmazione dei film al cinema: Terminale (Opens in a new window), Eden (Opens in a new window), Pecci (Opens in a new window), Garibaldi (Opens in a new window).

Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo

"Amore no" di Adriano Celentano. Venerdì prossimo un'abbonata di Buzz Prato mi ha chiesto di fare il dj al suo matrimonio. È una persona che conosco da anni, da prima che Buzz Prato esistesse, ma mi piace raccontarmela come un servizio esclusivo per chi è abbonato, una specie di benefit. Sto preparando una playlist per far ballare, e questa canzone ci sta benissimo. Se vi interessa: sono disponibile anche per battesimi, bar mitzvah, comunioni, lauree, pensionamenti e feste di compleanno con almeno 35 invitati. Tariffe da definire.

Anche nella playlist di Buzz Prato su Spotify (Opens in a new window)

https://www.youtube.com/watch?v=CN5k5v_-V4M (Opens in a new window)

Topic Cultura

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