Una ricerca e un podcast raccontano il carcere e la salute mentale alla Dogaia di Prato

Quando si parla di salute mentale in carcere, la tentazione è sempre la stessa: cercare l’emergenza. Il caso grave, il gesto estremo, la patologia conclamata.
Negli ultimi mesi del 2025 è stata presentata una ricerca (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) della Società della Ragione che fa esattamente il contrario: sposta lo sguardo dall’eccezione alla normalità, e mostra come il carcere produca sofferenza anche quando non produce malattia.
Il carcere di Prato, la Casa circondariale della Dogaia, è uno dei luoghi in cui questa ricerca è passata. Non è un’eccezione, è un carcere “tipico” nella sua complessità: quasi 600 detenuti, media e alta sicurezza, protetti, collaboratori di giustizia, semilibertà. “Prato ha praticamente tutto”, spiega la garante provinciale Margherita Michelini, “tranne il 41-bis”.
Negli ultimi mesi, intanto, la risposta politica che torna più spesso è sempre la stessa: più carcere. Il governo ha annunciato l’intenzione di costruire nuovi istituti e ampliare quelli esistenti, presentando l’aumento dei posti detentivi come una risposta necessaria all’aumento dei reati e al sovraffollamento. È una scelta che guarda soprattutto alla quantità, e che lascia sullo sfondo la domanda più difficile: che cosa succede dentro quelle mura, e se il carcere, così com’è, sia davvero in grado di rispondere ai problemi che dice di voler risolvere. Spoiler: No.
Pochi “matti”, moltissimi sofferenti
Uno dei dati più controintuitivi della ricerca riguarda proprio i numeri. A Prato, le persone prese in carico dai servizi di salute mentale e quelle con doppia diagnosi sono circa l’11% della popolazione detenuta. I casi psichiatrici gravi sono una percentuale ancora più bassa.
È un dato che smentisce una convinzione diffusa: che il carcere sia pieno di persone con gravi patologie mentali. “Questo non significa che in carcere si stia bene”, spiega Katia Ponesi, ricercatrice e una delle curatrici dello studio. “Significa che la sofferenza che vediamo non è quasi mai una sofferenza clinica. È una sofferenza prodotta dal contesto”.
Per questo, quando agli operatori e alle operatrici viene chiesto all’interno delle interviste realizzate che cosa significhi “salute mentale in carcere”, molti rispondono con la stessa parola: ossimoro. “La salute mentale, per definizione, è benessere. Il carcere, così come è pensato e si ritrova, è l’opposto del benessere. Al massimo si può parlare di riduzione del danno”.
Un luogo che fa ammalare
Nel podcast Fratture (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), che racconta in quattro episodi il progetto alla base della ricerca, questo concetto torna spesso: il carcere come ambiente patogeno. Letteralmente.
Il sovraffollamento, le condizioni igieniche, il rumore costante, l’assenza di privacy, l’impossibilità di decidere anche le cose minime producono effetti sul corpo e sulla mente.
Durante i sopralluoghi a Prato, i ricercatori che hanno trovato molta disponibilità (non scontata) da parte del nuovo direttore de La Dogaia Luca Cicerelli nel voler raccontare il disagio hanno visto docce con muffa e pareti scrostate, buchi nei muri da cui entra l’aria, materassi infestati da cimici. “Le prime richieste che ci venivano fatte”, racconta l’altro ricercatore Riccardo Girolimetto nel podcast, “riguardavano bisogni primari: dove dormiamo, come ci laviamo, cosa mangiamo”.
La sofferenza, quindi, non nasce da un “disturbo” individuale, ma da una condizione di vita. Ed è una sofferenza che attraversa tutti: detenuti, operatori, agenti di polizia penitenziaria. Il 2024 è stato l’anno con il numero più alto di suicidi in carcere (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre): 91 persone, 8 in Toscana di cui 6 solo a Prato (secondo il Garante Nazionale i tentati sono stati 24 solo a La Dogaia). Se si aggiungono i suicidi tra gli agenti, la fotografia diventa ancora più netta.
Il tempo che non passa

Uno dei fattori che torna più spesso, quando si parla di salute mentale in carcere, è il tempo. Il tempo sospeso, vuoto, che non passa mai.
A Prato, come in molte altre carceri, la maggioranza delle persone detenute non fa nulla per gran parte della giornata. Le attività lavorative e formative esistono, ma sono poche, a turnazione e insufficienti rispetto ai numeri. “Il lavoro è quasi inesistente”, dice la garante provinciale Luisa Michelini. “E anche la scuola, che era un punto di forza del carcere di Prato, negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, si sta progressivamente riducendo”.
Non si tratta, però, di una mancanza da leggere in chiave pietistica, come se il problema fosse semplicemente che “non c’è niente da fare”. Il punto è un altro, ed è molto più radicale: il tempo in carcere dovrebbe essere tempo di trattamento.
Lo dice l’ordinamento penitenziario, lo dice la Costituzione quando afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. L’idea non è che una persona resti chiusa, inattiva, in attesa che il tempo passi, ma che quel tempo sia riempito di lavoro, studio, attività, relazioni: con la scuola, la biblioteca, il polo universitario, quel poco di lavoro che è possibile fare, il laboratorio di teatro. Non come premio, ma come parte stessa della pena.
Quando questo non accade, il carcere smette di svolgere la funzione che gli è assegnata sulla carta. E quel tempo vuoto diventa uno dei principali fattori di rischio, perché svuota di senso. Tenere il tempo occupato non è un dettaglio organizzativo né una concessione benevola: è una condizione minima di tutela della salute mentale. Ed è anche uno degli strumenti più efficaci per ridurre la recidiva, che resta invece altissima proprio quando la detenzione si riduce a una lunga, sterile sospensione della vita.
Autolesionismo, farmaci, “eventi critici”
Dentro questo contesto, molti comportamenti vengono letti come sintomi. La ricerca propone invece di leggerli come linguaggi.
L’autolesionismo è molto diffuso, ma spesso è l’unico modo per farsi ascoltare. Nel gergo carcerario diventa un “evento critico”. Poi si discute se sia “autentico” o “strumentale”.
“Ma la domanda giusta”, racconta un’operatrice nel podcast, “è a quale bisogno risponde quel gesto”.
Lo stesso vale per l’uso degli psicofarmaci. “Non si può valutare l’uso dei farmaci in carcere come fuori”, spiega Ponesi. “Spesso è una risposta alla reclusione”.
Il garante dei diritti dei detenuti regionale Giuseppe Fanfani lo dice in modo più diretto: “Molto spesso troviamo persone imbottite di psicofarmaci”. Non per curare, ma per sedare, o per permettere alle persone di sopportare una condizione altrimenti insostenibile.
Emerge chiaramente il dilemma degli operatori: il farmaco come unico strumento disponibile, anche quando non è la risposta giusta. Perché mancano alternative praticabili dentro il carcere.
Il corpo come ultima voce
In Fratture c’è un’immagine che resta: la cella dei nuovi giunti del carcere di Prato.
Un parallelepipedo di cemento al posto del letto, un blocco unico che integra turca e doccia, superfici levigate per evitare l’autolesionismo, un oblò da cui tutto è osservabile.
È lo spazio in cui passa chi entra in carcere per la prima volta. Ed è anche il luogo che racconta meglio un’idea: quando tutte le altre forme di comunicazione sono negate, resta il corpo. Il corpo che si ferisce, che si ammala, che dorme tutto il giorno, che protesta.
“Il corpo diventa l’ultimo baluardo di resistenza”, racconta Girolimetto. Un linguaggio che l’istituzione spesso registra come problema disciplinare, non come richiesta di aiuto.
Il carcere visto da chi ci lavora

C’è poi un altro punto di vista che è decisivo per capire cosa succede davvero alla Dogaia: quello di chi il carcere lo vive ogni giorno come luogo di lavoro.
Secondo un referente della Funzione Pubblica CGIL, “lavorare oggi alla Dogaia è diventato difficilissimo”. Le ragioni sono diverse e si sommano: una struttura mai adeguata davvero ai regolamenti di esecuzione, problemi di sicurezza nuovi, come l’uso dei droni, e carenze storiche, dall’assenza di acqua calda nelle celle alle condizioni degli spazi comuni. Ma soprattutto pesa la combinazione tra la complessità dell’istituto e la composizione del personale. “Prato è probabilmente il carcere più complesso della Toscana per circuiti e tipologie di detenuti”, spiega, “e pensare di governarlo con un reparto giovanissimo, spesso di prima nomina, è semplicemente impossibile”.
Alla difficoltà strutturale si aggiunge quella organizzativa. Il rapporto tra agenti e detenuti arriva, nei turni più scoperti, a uno a 150 o addirittura uno a 200. “Questo si ripercuote sulla qualità del lavoro, ma anche sulla qualità della vita”, racconta. Alla Dogaia, spiega, “non esiste un solo poliziotto penitenziario che riesca a fare i turni regolari da 36 ore settimanali”.
I turni si allungano, la pressione diventa costante, e l’effetto si riversa fuori dal carcere: sulle famiglie, sulle relazioni, sulla salute. Quando si verificano crisi, autolesionismi o tentativi di suicidio, il primo a intervenire è sempre l’agente penitenziario, perché è l’unica figura presente 24 ore su 24 nelle sezioni. “Il primo impatto è sempre nostro”, dice. Esistono forme di supporto psicologico per il personale, ma sono marginali, poco strutturate e raramente utilizzate. “Alla fine, tutto viene gestito in autonomia o tra colleghi, quando c’è tempo. Ma il tempo non c’è quasi mai”.
Un lavoro che non si capisce da fuori
Alla domanda su cosa non venga mai davvero compreso del lavoro in carcere, la risposta è netta: “Del carcere, fuori, si capisce poco o nulla”. Anche perché è un luogo da cui si è educati a stare lontani, e che raramente viene raccontato da chi non ne dipende direttamente.
“Il nostro lavoro”, spiega, “è fatto in gran parte di vicinanza e di sostegno, anche verso persone che vivono condizioni di grande fragilità”. Ma questa dimensione quotidiana resta invisibile, schiacciata da una narrazione che si accende solo quando succede qualcosa di grave. In un contesto sovraffollato e fragile, bastano “dieci o quindici persone in forte difficoltà” per condizionare il clima di un intero reparto. E quando l’emergenza diventa la norma, aggiunge, “diventa impossibile fare programmazione: gli eventi prendono il sopravvento su tutto il resto”.
È anche per questo che, conclude, il carcere finisce per essere un luogo che consuma chi ci è rinchiuso e chi ci lavora, senza riuscire davvero a prendersi cura né degli uni né degli altri.
Il carcere seleziona i più fragili
Un altro tema da tenere in considerazione è il carattere classista del carcere. “Chi ha una famiglia, una casa, un lavoro, ha più possibilità di accedere a misure alternative”, dice Fanfani. “Non ho mai visto colletti bianchi in una cella: chi non ha nulla resta dentro”.
A Prato questo è particolarmente evidente perché la maggioranza dei detenuti è di origine straniera. Molti non hanno permesso di soggiorno né residenza. Senza residenza non c’è presa in carico sanitaria, senza presa in carico non c’è progetto, senza progetto non c’è alternativa al carcere.
La Garante provinciale sta provando a lavorare su un dettaglio che dettaglio non è: l’iscrizione anagrafica comunale delle persone detenute. Un prerequisito minimo per esistere amministrativamente. “In carcere”, come dice Girolimetto, “non si deve dare per scontato nulla. Nemmeno avere un nome nei registri”.
Una norma che esiste, ma non funziona
Dal 2019 una sentenza della Corte costituzionale stabilisce che le persone detenute con gravi problemi di salute mentale dovrebbero essere curate fuori dal carcere. Nella pratica, questo accade quasi mai.
Mancano strutture, mancano progetti, manca la disponibilità del territorio. E c’è uno stigma doppio: quello della malattia mentale e quello della detenzione. Così il carcere diventa il contenitore residuale, anche per ciò che il carcere non dovrebbe contenere.
C’è poi un dato che spesso resta fuori dal dibattito pubblico, o viene dato per scontato senza essere davvero spiegato: il carcere, così come è organizzato oggi, non funziona nemmeno rispetto all’obiettivo che gli viene più spesso attribuito, quello della sicurezza.
Le persone che escono dal carcere tornano a delinquere in una percentuale molto alta: la recidiva, secondo le stime più citate, si aggira intorno al 70%. È un numero che racconta una cosa semplice e scomoda allo stesso tempo: la detenzione (chiudere una persona dentro una cella senza fare niente), da sola, non riduce il rischio che un reato venga commesso di nuovo. Anzi, spesso lo aumenta, soprattutto quando l’uscita dal carcere avviene senza lavoro, senza casa, senza legami e senza percorsi di reinserimento.
Una stima del (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)CNEL (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) dello scorso anno racconta che sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno 1 volta. E che il dato della recidiva possa calare fino al 2% per i detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale.
Dal 70 al 2%: non ci sono refusi.
La bacchetta magica
C’è una tentazione ricorrente, quando si parla di carcere: raccontarlo solo come una polveriera. Un luogo che entra nel dibattito pubblico quasi esclusivamente quando succede qualcosa di violento, quando “esplode” un episodio, quando c’è un’indagine o un’ispezione. Poi, passato il momento, il carcere torna a essere invisibile. È una narrazione comoda, perché riduce tutto a emergenza e ci solleva dalla fatica di capire cosa succede davvero, ogni giorno.
In questa cornice funziona bene anche l’altra retorica, quella che divide il mondo in buoni e cattivi. Il “buttate via la chiave”, l’idea che il carcere serva solo a separare, a togliere di mezzo. È una retorica dominante, e non è certo l’aumento dei reati a renderla meno attraente. Ma nulla suggerisce che più carcere significhi più sicurezza, né che continuare a spingere ai margini produca soluzioni durature.
Forse il punto di partenza è un altro, ed è più semplice di quanto sembri: conoscere meglio il carcere. Non come luogo astratto, ma come pezzo di città. Un grande quartiere chiuso in cui ogni giorno vivono e lavorano migliaia di persone, con le sue contraddizioni e criticità.
A dirlo, in modo molto concreto, è anche chi il carcere lo vive dall’interno: secondo il referente della CGIL che lavora alla Dogaia, per capire davvero cosa succede lì dentro bisognerebbe ascoltare e dare voce soprattutto chi non fa parte dell’amministrazione. “Il carcere lo raccontano meglio di tutti gli insegnanti, i volontari, le associazioni, la compagnia teatrale, le realtà di chi entra ed esce senza dipendere dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”, dice. “E anche le testimonianze dei detenuti stessi sarebbe importante ascoltare”.
È forse da qui che passa la domanda più scomoda: a cosa serve oggi il carcere. Così com’è, per come funziona, per come incide sulla salute mentale di chi è detenuto e di chi ci lavora, la risposta che emerge da questa ricerca non è rassicurante. Serve soprattutto a dividere il mondo in due con dei muri alti e spessi, in modo classista e talvolta razzista, tra chi può permettersi alternative e chi no. Raccontarlo meglio non basta a cambiarlo, ma è probabilmente l’unico modo per smettere di fingere che non ci riguardi.
L’appuntamento della settimana (o meglio del mese): il festival femminista di Ipazia

Per tutto il mese di febbraio Prato ospita la quarta edizione del Festival Femminista, una rassegna diffusa organizzata dall’associazione Ipazia che per tutto il mese mette insieme più di 30 eventi tra talk, spettacoli, concerti, cinema e laboratori.
Il festival prova a tenere insieme cultura, intrattenimento e attivismo, con un’attenzione esplicita ai temi del lavoro, dei corpi, delle relazioni e del femminismo intersezionale. La maggior parte degli appuntamenti è gratuita e pensata per essere accessibile, con l’idea di trasformare febbraio in un lungo momento di confronto pubblico che coinvolge associazioni, istituzioni e pezzi diversi della città.
Trovate il programma completo sui social dell’associazione Ipazia. (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
La programmazione dei film al cinema: Terminale (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Eden (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Pecci (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), Garibaldi (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
"Small Axe" di Bob Marley & The Wailers. Un inno alla resistenza contro le ingiustizie sociali e il potere costituito: “Se voi siete un grande albero, noi siamo la piccola scure affilata per abbattervi”. Una delle mie canzoni reggae preferite.
https://www.youtube.com/watch?v=b0Tk-FoiX_0 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)La trovate nella playlist di Buzz Prato su Spotify (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).