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Cosa non funziona nel documentario di Victoria Beckham

L’ex Posh Spice cerca la validazione degli addetti ai lavori da 15 anni: perché, questo documentario potrebbe non servire a molto. Anzi.

Un documentario in tre puntate, reso disponibile su Netflix dal 9 Ottobre.

Mi sono immediatamente segnata la data, e non perché mi sia mai interessata qualcosa della linea eponima che porta il nome di Victoria Beckham, née Adams. Semplicemente, la sua vita familiare, il suo ménage quotidiano, così sideralmente distante dalla vita reale di ognuno di noi, mi erano parsi involontariamente dotati di una loro dose di accattivante surrealismo. Ho fatto questa considerazione dopo aver visto il documentario precedente, sempre su Netflix, dedicato a suo marito David Beckham, ex goleador del Manchester United, uscito ormai due anni fa. Nel racconto della carriera del calciatore, sinonimo di una certa decade dorata per il Regno Unito, tra la fine dei 90 e l’inizio dei 2000, interveniva anche la sua consorte, alla quale, nonostante gli scandali del passato, tra supposti tradimenti e prime pagine sui giornali di gossip, sembrava legato a filo doppio, come possono esserlo i compagni di una vita che si sono scelti con convinzione, e si riscelgono praticamente ogni giorno, anche dopo 4 figli (uno meno talentuoso dell’altro, abbiamo speranze per la giovane Harper ancora troppo piccola). Lo sketch di lei che si vuole vendere come figlia di una certa classe proletaria, e suo marito che sbuca dalla porta per intimarle di dire la verità, con un sorriso malizioso, fino a convincerla a dire che sì, negli Anni ‘80 suo padre la accompagnava a scuola in Aston Martin, vive gratis nella mia memoria. Divenuto un meme, e poi anche una memorabile t-shirt che potete comprarvi su Zalando (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)per 130 euro, il talento comico di Victoria Beckham, disposta a ridere di sé e non prendersi troppo sul serio, mi erano parsi una boccata d’aria fresca in un mondo nel quale tutti si sentono artisti concettuali quando mandano in passerella delle tute con i peli (sì, dovete sopportarmi, ribadirò questo scempio ancora a lungo).

https://www.youtube.com/watch?v=iUfvOBu7vow (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

E invece.

Certo, ci sono alcuni momenti sinceramente commoventi, come quelli nei quali Victoria Beckham, sempre accusata dai paparazzi di “non sorridere abbastanza” – benvenuta nella vita di noi donne con la “resting bitch face” Vic – parla a cuore aperto del suo rapporto con la celebrità, che è stata subitanea e travolgente, e l’ha trovata impreparata a gestirla. Di fronte ai titoli che certi giornali di terz’ordine le dedicavano, ci si ricorda dell’orrido incubo a occhi aperti che è stata la stampa misogina dei primi Anni 90 ( e sua madre, che sicuramente è della Vergine, ammette di aver conservato tutti i ritagli dei giornali, anche quelli più orrendi, e di andarseli a guardare ogni tanto). Incapace di decifrare una generazione di giovani donne pronte a rivendicare un’emancipazione sessuale e sociale che gli Anni 80 avevano preparato – e per questo, scandalosissime reprobe – i media dissezionavano outfit, vita privata e pubblica della Posh Spice, senza ammettere cadute o imperfezioni (e menomale che non c’erano i social). Qualunque performance al di sotto della perfezione veniva violentemente lapidata, per poi dimenticarsene quando il giornale cartaceo aveva passato la sua data di scadenza. Chi oggi si scandalizza, giustamente, per tutta la violenza verbale e l’inchiostro sprecato sulla cover dell’album di Sabrina Carpenter – non è femminista, ammicca alle trad wife, come si permette – dimenticandosi che Carpenter sfama la macchina mediatica per rimanere nel nostro feed di Instagram, come se non bastassero le sue appiccicosissime canzoni, non avrebbe resistito un giorno con i giornali degli Anni 90. Victoria Beckham era “vanesia”, “antipatica”, “modaiola” ( e quindi cretina ), ma soprattutto magrissima o grassa a seconda delle giornate, perché da Skinny Posh a Porky Posh è evidentemente un attimo, e giuro, l’hanno scritto davvero. Una qualunque ventenne sarebbe crollata sotto il peso di quegli stereotipi e quelle aspettative, e infatti Victoria ammette di aver sofferto di disturbi alimentari, di non essersi mai piaciuta, di non sorridere mai abbastanza perché di fronte all’obiettivo della macchina fotografica dei paparazzi, persino troppo consapevole delle aspettative del mondo su di lei, il suo volto si congelava. Non era snobistico distacco, era terrore.

E però, l’obiettivo di Victoria Beckham (il documentario) è tutt’altro.

Dopo 17 anni dal lancio del suo brand – nel quale il principale investitore, fino a pochi anni fa, era suo marito – Beckham soffre ancora del disperato bisogno di sentirsi validata dalle alte sfere della moda, e, con questo prodotto, che la segue mentre prepara la sua sfilata parigina più importante fino ad oggi, sembra volersi ingraziare il sistema mediatico di addetti ai lavori, critici di moda e testate blasonate. Per questo motivo sono assoldati Donatella Versace, Anna Wintour e Tom Ford, che appaiono per ribadire quanto la sua sensazione di non essere benvenuta nella moda, non sia stato solo il frutto della sua immaginazione. Un brand gestito e fondato da una celebrity non gode mai del favore iniziale della stampa, e guadagnarsi il loro rispetto, pur non avendo una formazione iniziale da designer ma solo una piattaforma e lo status di celebrità, richiede tempo e costanza – si sono visti e celebrati troppi Kanye West per permetterci di sbagliare ancora, in fondo. E dispiace, perché il suo brand non cambierà mai le sorti della moda mondiale, ma dispone di una sua identità e di un suo pubblico (che è molto di più di quanto si possa dire di molte maison dei giorni nostri). Tutto questo, nonostante il cattivo management degli anni scorsi, che l’aveva portata sull’orlo del fallimento e dal quale si è salvata grazie alle costanti iniezioni di denaro di suo marito, e poi di un investitore esterno.

In sostanza, più che un documentario, questo prodotto pare un maxi spot pubblicitario per presentarci una nuova versione del brand (con l’ingresso del nuovo investitore di cui prima) che sia considerata accettabile dalla stampa di settore, e non solo il side project di una ex pop star imborghesita. Victoria anela all’approvazione delle Friedman e delle Horyn del caso, e però nel frattempo non ha ancora imparato a pronunciare correttamente “Versace”. Non che a chi la conosce e la segue da anni interessi – o sia mai interessata – la sua ossessione notoria per la moda: a chi si sintonizza sarebbe in effetti bastato qualcosa di diverso dal pantagruelico sfoggio di location parigine, e fitting, e Gigi Hadid e Juergen Teller. Perché Beckham sembra aver preso l’ossessione per la moda e averne fatto negli ultimi 20 anni non solo il suo obiettivo lavorativo – un obiettivo valido quanto un altro – ma la sua intera personalità. Quando, nello stesso documentario ci sono piccoli sprazzi di luce, che raccontano una donna dalle spiccate e tenere propensioni materne (avere dei figli non vuol dire automaticamente essere una persona materna, spero che si sia tutti d’accordo su questo), insicura eppure capace di affrontare i colpi curvi della vita con coraggio e un’ironia abrasiva, come quando il marito per rassicurarla le dice “noi ti ameremmo anche se smettessi fare vestiti, e facessi dei sandwich al formaggio” e lei risponde “siamo sinceri, non sarei granché capace di fare un sandwich al formaggio”. Victoria è sempre sembrata in fondo molto più interessante e sfaccettata del suo stesso brand, ma da questo documentario non sembra che lei lo abbia ancora capito.

We are the fashion pack

The tortured audiovisivo’s department

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