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La babele delle professioni regionali

Esperti di turismo esperienziale in Veneto e Liguria, professionisti della transizione digitale in Lombardia, facilitatori della riconversione in Piemonte. L’autonomia differenziata in materia “professioni” scatena la fantasia delle Regioni che hanno chiesto maggiori poteri e competenze. Le intese preliminari firmate con il governo il 26 febbraio 2026 sono all’esame delle Camere, le quali devono esprimersi con un parere entro metà luglio. Gli Uffici studi parlamentari l’8 maggio hanno pubblicato due articolati dossier, uno per la Sanità e l’altro su Protezione civile, Previdenza complementare e appunto Professioni. È ancora in preparazione il dossier della Commissione Bilancio, specifico sugli aspetti finanziari.

Non c’è dubbio che Sanità e Protezione civile, se dovesse passare l’autonomia differenziata, avranno un impatto diretto sulla tenuta del sistema Italia, già sofferente per le eccessive disparità territoriali. Tuttavia le Professioni esemplificano con chiarezza come la sete di potere dei presidenti di Regione sia in contrasto con la necessità di un sistema di regole chiaro ed efficiente.

Le intese presentate sono identiche alla lettera per ciascuna Regione, per cui il parere dei tecnici è unificato. Ma è evidente che la presenza di testi fotocopia contraddice lo spirito costituzionale dell’autonomia differenziata, ovvero la necessità di rispondere a specifiche esigenze territoriali. I documenti di accompagnamento però sono diversi quando devono specificare il rispetto del principio della sussidiarietà, vale a dire dimostrare che la Regione può svolgere delle funzioni meglio rispetto allo Stato.

Nel caso delle professioni, i testi presentati dalle Regioni, così come sintetizzati nel dossier parlamentare, sono un interessante esercizio acrobatico per dimostrare l’esistenza di tali specificità. I poteri attuali, infatti, già consentono alle Regioni di agire in autonomia in favore di specifici settori produttivi, per esempio con attività di formazione dedicata. Ma l’istituzione di nuove professioni è cosa diversa e delicata anche perché si deve rispettare il principio europeo di libera circolazione delle persone per cui non sono consentiti limiti legati per esempio alla residenza o alla nascita. Inoltre le norme a tutela della concorrenza escludono la possibilità che si possa creare una barriera territoriale istituendo lacci e lacciuoli a valenza locale. Non a caso la Corte costituzionale nella sua sentenza sulla legge Calderoli aveva puntualizzato che in materia di Professioni era particolarmente complesso immaginare normative regionali e lo stesso dossier parlamentare ricorre più volte alla formula si valuti, pertanto, l’opportunità di un approfondimento. Ciò nonostante, le quattro Regioni hanno presentato i loro pacchetti di richieste. Eccoli.

La Regione Veneto punta molto sul turismo, il quale ha un ruolo rilevante a Venezia come negli altri territori, in analogia però con tutta Italia. Allo scopo di “regolamentare attività legate al territorio”, si citano figure come “operatori nel turismo rurale, guide ambientali, operatori termali, promotori enogastronomici, esperti di turismo esperienziale e artigiani della tradizione”. Il quadro è allargato poi a “figure legate all’economia circolare, alla sostenibilità ambientale e alle discipline olistiche e naturopatiche”.

In Liguria il documento fa leva sulla conformazione morfologica del territorio e sulla compresenza di un’industria pesante tradizionale (siderurgica, navale) e di settori marittimi. La strategia mira a creare “distretti territoriali” che integrino l’artigianato locale con il turismo culturale e, come ormai di moda, esperienziale, ovviamente “per favorire l’occupazione giovanile e femminile”. L’interesse ligure richiama la cosiddetta Blue Economy (turismo marittimo, logistica, portualità, cantieristica e alta tecnologia applicata al mare) cui affianca la certificazione delle professioni artigiane storiche, come la lavorazione dell’ardesia e della ceramica.

La Lombardia si arrampica palesemente sugli specchi: la richiesta è motivata dal peso demografico (10 milioni di abitanti) il quale però non implica una specificità territoriale ma è solo un dato statistico, nonché dalla immancabile “dinamicità del tessuto delle piccole e medie imprese”, che vuol dire tutto e niente. La Lombardia ritiene di poter individuare professioni di rilievo regionale utili al “superamento degli ostacoli alla competitività nei settori ad alto tasso di innovazione tecnologica, in quelli legati alla transizione ambientale e digitale”, cui affianca per allungare il brodo le già esistenti professioni della montagna (maestri di sci, guide alpine, accompagnatori di media montagna).

In Piemonte infine la relazione è così generica da far apparire al confronto geniale un elaborato dell’Intelligenza artificiale: “La motivazione - si legge nel dossier parlamentare - si incentra sulla necessità di supportare la transizione e la riconversione del sistema produttivo verso la sostenibilità. La Regione evidenzia l’esigenza di una normativa contestualizzata per mitigare le disparità retributive e di accesso alle professioni, proponendo una personalizzazione delle politiche formative. La richiesta mira alla formazione di nuove competenze e figure professionali, anche trasversali, essenziali per la produzione di nuovi beni e servizi”. In apparenza è un sunto di banalità, ma - si sa - “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Marco Esposito (11 maggio 2026)

Argomento Autonomia differenziata