Ciao, questa è la newsletter Albedo, e io sono Sebastiano Santoro, scrittore di Duegradi. L’albedo è la capacità di un corpo di riflettere i raggi solari. I cambiamenti climatici stanno provocando, tra le altre cose, lo scioglimento dei ghiacciai; e la scomparsa di queste estese superfici chiare sta alterando l’albedo terrestre. L’obiettivo di questa newsletter è creare uno spazio condiviso in cui idee e storie sull’Antropocene e sui cambiamenti climatici possano sedimentare e, allo stesso tempo, riflettersi e diffondersi un po’ ovunque. Come i raggi solari quando colpiscono il nostro pianeta, appunto. Uno spazio utile perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di cambiamenti, non solo climatici. Albedo cercherà di raccontarli, in tutte le forme possibili, dalla fiction alla non-fiction, e lo farà in cinque parti.
La prima è una sorta di editoriale;
la seconda è un consiglio di lettura;
nella terza c’è un piccolo promemoria sugli ultimi articoli pubblicati da Duegradi;
la quarta contiene link per offerte di lavoro e corsi di formazione, perché anche il mondo del lavoro sta cambiando;
l’ultima, la quinta parte, è un tentativo di misurare in cifre i cambiamenti che stiamo vivendo.
Siamo animali porosi

Pieter Bruegel il Vecchio - I mietitori (dettaglio), 1565
Un marciapiede striminzito costeggia un ampio stradone. Sto attraversando il ponte bianco. Questo ponte, che collega due arterie cruciali di Roma, solitamente è intasato di auto. L’esteso spiazzo aperto, da cui si intravedono i resti abbandonati della necropoli Portuense, non serve a diluire il puzzo di smog e lo strimpellio dei clacson dei veicoli. Ogni giorno, a pochi passi da scavi romani del V secolo dopo Cristo, si snoda un interminabile e caotico serpente di ferraglia che a gasolio traghetta la popolazione da una parte all’altra della città.
Però è agosto. La città è vuota. Gran parte dei romani sono in vacanza o in villeggiatura. Comunque, fuori città. Il ponte bianco è completamente sgombro. Lo attraverso camminando, da solo, di primo mattino. Più che un serpente, così Roma sembra un pachiderma sonnecchiante che non vuole alzarsi. Sul bordo del marciapiede ci sono delle buste di plastica abbandonate, probabilmente dei sacchetti per imballaggio alimentare. Riconosco una marca commerciale.
A proposito, come stai? tutto bene? Te lo chiedo perché un’altra estate torrida sta finendo. L’ennesima di un pianeta che, di anno in anno, si fa sempre più caldo. A inizio luglio varie regioni italiane hanno vietato il lavoro all’aperto negli orari più caldi della giornata. Qualche settimana fa la giornalista Pepa Bueno ha iniziato il telegiornale della tv pubblica spagnola RTVE con questo servizio, ricordandoci l’impatto devastante che la stagione degli incendi ha avuto sulla penisola iberica.
Uno scenario apocalittico, che ha provocato 8 morti, 600 milioni di danni e 4.000 km² di superficie bruciata (Öffnet in neuem Fenster), sarebbe a dire circa 3 volte la superficie di Roma. Il tutto amplificato dai cambiamenti climatici in corso, come ha dimostrato il World Weather Attribution (Öffnet in neuem Fenster).
Poi ci sono state le tempeste nel Mediterraneo, con danni in Francia (Öffnet in neuem Fenster) e in Italia (Öffnet in neuem Fenster). E le alluvioni monsoniche in Pakistan, con un bilancio da inizio estate di almeno 900 morti (Öffnet in neuem Fenster). Insomma, mentre percorro la città semivuota, sia di auto che di persone, rifletto su questa estate, che non è stata, e non sarà facile da metabolizzare.
Un giorno prima di ferragosto, a Ginevra, è fallito il negoziato internazionale dell’Onu sulla plastica. Dopo undici giorni di trattative, i 184 paesi partecipanti non hanno trovato un accordo per ridurre l'inquinamento da plastica. La questione si è arenata sulla scelta tra la riduzione della produzione e il mero riciclo e smaltimento: i paesi più virtuosi puntavano sulla prima strada, i paesi produttori sulla seconda. Il risultato è stato nessun compromesso (anticipando, forse, un altro nodo cruciale del futuro prossimo (Öffnet in neuem Fenster): riduzione del consumo, o soluzione tecnologica che permette di consumare come sempre si è fatto?).
Con i megaincendi e il grande caldo, il negoziato di Ginevra è stata la notizia climatica più importante dell’estate. L’ostruzione dei paesi produttori ha fatto naufragare l’accordo, rinviandolo di nuovo - dopo lo stop dello scorso anno in Corea del Sud - a data da destinarsi. La plastica è l’ultimo baluardo dell’industria fossile, che vuole continuare indisturbata il proprio business. La cartina da tornasole sulle reali intenzioni dei paesi produttori di petrolio (che coincidono con quelli della plastica), e su come vorrebbero gestire la transizione.
Come scrive Antonio Ragusa in Nati con la camicia…di plastica (Aboca, 2021), la parabola ascendente di questo materiale è legata al desiderio consumista, sorto negli anni ‘50, di sostituire, con un materiale economico, altri materiali più pregiati. Polietilene, cloruro di polivinile, polipropilene, polistirene, polistirolo, questo sogno di accessibilità ha portato oggi la plastica, e i suoi derivati, a essere dappertutto. Si è passati da un volume di 2 milioni di tonnellate prodotte nel 1950, a uno di 400 milioni di tonnellate (Öffnet in neuem Fenster) nel 2022. Di queste solo il 9,5% è ricavato dal riciclo. Tra le varie invenzioni che l’uomo abbia fatto, la plastica, un materiale che non esisteva in passato, pensato per durare pressoché per sempre, è tra quelle più inquietanti. Si stima che, a causa della cattiva gestione, circa 11 milioni di tonnellate l’anno (Öffnet in neuem Fenster) finiscono negli oceani (19-23 milioni (Öffnet in neuem Fenster), se consideriamo anche fiumi e laghi). I paesi ricchi tendono a produrne molta di più di quelli a medio-basso reddito; però questi ultimi, non avendo infrastrutture di smaltimento adeguate, sono quelli che ne riversano di più nell’ambiente.
Se andiamo avanti così, nel 2050 avremo più plastica negli oceani che pesci. Sebbene parte di queste stime siano frutto di semplificazioni (Öffnet in neuem Fenster) (prova a immaginare di contare quanti pesci esistono negli oceani: a volte certi dati possono avere più finzione di un racconto di Kafka), sta di fatto che nella più probabile delle ipotesi: sono tutte stime al ribasso.
Le microplastiche, la degradazione in nanometri di tutta questa materia, sono ovunque. Nell’acqua che beviamo, nei cibi che mangiamo, nell’aria che annusiamo. Sono presenti tanto nelle profondità oceaniche, quanto in alta quota sulle vette più alte del pianeta. Come hanno dimostrato vari studi negli ultimi anni, sono nel nostro corpo perfino prima che noi nasciamo (Antonio Ragusa è uno dei primi ostetrici al mondo che ha accertato la presenza di microplastiche nella placenta materna).

Una foto scattata durante un viaggio in El Salvador. Per la precisione a San Francisco Gotera, dove un rigagnolo è pieno zeppo di imballaggi e altri materiali plastici.
Continuo a camminare. Un passante getta con disinvoltura una bottiglia di plastica per terra. Lo osservo dileguarsi. In questi casi mi piacerebbe raccogliere il rifiuto, avvicinarmi al colpevole e dirgli con malcelato rimprovero: “Scusa, forse hai perso questo”. Ma non faccio nulla. Lascio andare il passante. Sono sereno, e non voglio rovinarmi l’umore. Raccolgo la bottiglia e la getto in un cestino.
Poi annuso l’aria, e l’odore pulito della mattina insuffla i miei polmoni. Non è solo la plastica; la città vuota mi ricorda che rispetto ad altri mesi manca altro: la nuvola grigia di particolato che aleggia sulle strade. In tempi di Antropocene, il punto non sono solo le plastiche. Un recente articolo dello scrittore David Wallace-Wells pubblicato sul New York Times parla di un concetto che si sta affermando sempre di più all’interno del mondo scientifico, quello di esposoma (Öffnet in neuem Fenster), il quale indica la somma delle esposizioni a cui siamo soggetti nel corso della vita. In pratica gli esseri umani sono creature permeabili; la pelle che ci riveste, le cose che mangiamo o che tocchiamo, l’aria che respiriamo, ci rendono esseri porosi capaci di assorbire tutto ciò che è presente nell’ambiente in cui viviamo, in particolare anche i rifiuti. Scrive Wallace-Wells che tutte le sostanze che produciamo e a cui siamo esposti, considerate insieme a geni e comportamenti, plasmano di fatto, a nostra insaputa, il destino di ciascuno e ciascuna di noi.
Qualche anno fa, durante un viaggio in El Salvador, mi son trovato a scrivere (Öffnet in neuem Fenster) di un’epidemia di insufficienze renali croniche dovute a cause non tradizionali (di solito i fattori sono età avanzata, ipertensione, diabete) che sta colpendo alcuni paesi della fascia tropicale. Secondo i nefrologi che la stanno studiando, tra le varie cause scatenanti della malattia, la quale colpisce principalmente giovani agricoltori che lavorano in piantagioni di aree molto calde, c’è l’uso massiccio di pesticidi ed erbicidi. Dalle testimonianze che ho raccolto, nei casi più estremi gli agricoltori usavano il composto chimico come refrigerio dal calore, gettandoselo letteralmente addosso. Come se fosse acqua fresca. Ma pur rispettando tutte le misure di sicurezza, la contaminazione era inevitabile anche per i più attenti.
Una delle consuetudini illegali dei proprietari delle piantagioni è l’irrigazione aerea, con sostanze chimiche che, trasportate dal vento, cadono indiscriminatamente sui campi e sulle case vicine.
Ma non è tanto diverso da questa storia quello che è successo a ridosso dei 42 siti di interesse nazionale presenti sul territorio italiano. Penso alla Valle del Sacco, proprio qui vicino Roma, dove decenni di inquinamento industriale hanno provocato un aumento dei casi di tumore e malattie cardiovascolari (Öffnet in neuem Fenster). Tra Colleferro e Anagni, il vettore che ha trasportato amianto, lindano e altri agenti tossici sulla tavola e nei corpi di persone ignare è stato il fiume Sacco, usato come discarica dalle industrie della zona.
Ma non c’è bisogno di scomodare casi così eclatanti. Siamo esposti a un’infinità di sostanze di produzione antropica, apparentemente più innocue dell’amianto e del lindano, le quali tuttavia penetrano all’interno del nostro corpo, modificandolo e, inevitabilmente, colonizzandolo. Oltre alla plastica, ci sono altri composti industriali (i più controversi e pericolosi, di cui si sta parlando molto ultimamente, sono i PFAS (Öffnet in neuem Fenster), noti con l’apocalittico nome di inquinanti eterni), il fumo, l’inquinamento atmosferico, i metalli, i virus o i batteri, e ovviamente i pesticidi e gli erbicidi. La lista è molto lunga.
La storia dell’Antropocene può essere letta anche come una lunga storia di contaminazioni: i corpi, umani e non umani, sono diventati archivi viventi delle sostanze che produciamo e disperdiamo. Quello che un tempo appariva come un confine netto – l’interno e l’esterno dei corpi – oggi è sempre più intrecciato, poroso, fino quasi a dissolversi. Respiriamo, beviamo, mangiamo e assorbiamo ciò che ci circonda: fuori e dentro non sono più due mondi separati, ma due facce della stessa medaglia. L’idea di confine – che ha strutturato la modernità, con lo Stato Nazione, e il suo territorio ben delimitato e controllato, a fare da simbolo di un territorio – entra in crisi. La sostanza ecologica del pianeta, fatta di scambi continui e di porosità, si impone su un orizzonte che noi abbiamo immaginato solido e impermeabile, fatto di barriere e categorie nette. E mentre la modernità si reggeva sull’illusione di confini stabili, la contemporaneità sembra incarnarsi, nel bene e nel male, nelle grandi aziende tecnologiche: attori privati, senza territorio ma con il dono dell’ubiquità, capaci di attraversare ogni frontiera e insinuarsi, come le sostanze che produciamo, nella nostra vita quotidiana.
Esigere che la politica si occupi delle questioni irrisolte dell’Antropocene è un nostro diritto (e, soprattutto, un diritto di persone che nasceranno dopo di noi). Ma insieme alla battaglia politica l’esposoma mette in discussione molti fondamenti culturali a cui siamo abituati. A partire dai nostri desideri (preferiamo avere un materiale accessibile per le nostre case, o un pianeta più sano?), per finire a questioni ancora più complesse e sedimentate - il nostro modo di ragionare e di parlare procede per discontinuità e compartimenti stagni, quando invece la natura e l’esposoma ci insegnano che la regola più diffusa è il continuum.
A proposito di continuum, camminare mi aiuta a pensare. Passo dopo passo, la mente asseconda il movimento e genera nuove idee. Forse il punto è questo: l’ecologia non riguarda mai solo “l’ambiente”, ma le relazioni invisibili che legano i nostri corpi e i nostri gesti quotidiani a conseguenze vicine e lontane. Ogni bottiglia, ogni respiro, ogni passo, fa parte di una stessa trama. Spesso le trame sono a noi sconosciute, e l’esposoma ci suggerisce che la forma più ricorrente è quella della fantascienza distopica.
Per settembre è tutto. Grazie per essere arrivato/a fin qui, ed esserti addentrato/a in questo girone infernale. Ci sentiamo il prossimo mese, con il fresco di ottobre che si sostituirà al caldo degli ultimi giorni d’estate. Visto che la casella delle iscrizioni ad Albedo aumenta di mese in mese, scrivimi le tue impressioni e i tuoi pensieri al solito indirizzo, sebastiano.santoro@duegradi.eu (Öffnet in neuem Fenster). Lasciami consigli e dimmi come ti piacerebbe che fosse questa newsletter. Noi ci sentiamo sempre su Instagram o su Facebook. Se vuoi, per richieste più istituzionali, puoi scrivere anche a redazione@duegradi.eu (Öffnet in neuem Fenster). Ciao!
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Consigli di lettura
Qui (Öffnet in neuem Fenster) per leggere l’articolo di David Wallace-Wells che ha ispirato questo editoriale.
A proposito di rifiuti, qualche anno fa ho visto questo film (Öffnet in neuem Fenster), che ti consiglio vivamente.
Questa recensione (Öffnet in neuem Fenster) di Elizabeth Kolbert, delle fotografie di Zed Nelson, ci racconta molto di che rapporto abbiamo oggi con la natura.
Gli ultimi articoli di Duegradi
L’ultimo articolo di Duegradi prima della pausa estiva è stato questo (Öffnet in neuem Fenster), di Chiara Galeotti, sull’importanza di salvaguardare le foreste boreali.
In Europa esistono strategie di mitigazione e adattamento che vengono praticate da secoli. Solo che raramente vengono prese in considerazione (Öffnet in neuem Fenster). Ne scrive Stefano Cisternino.
Verdiana Fronza scrive che in un pianeta sempre più caldo, sarà necessario riconoscere il diritto “di tutte le persone a vivere in un ambiente in cui non si subiscono gli effetti negativi del caldo eccessivo” (Öffnet in neuem Fenster).
Lavoro e formazione
WWF a Roma cerca un/a communication officer (Öffnet in neuem Fenster).
Se vuoi scrivere di ambiente su The Revelator, potete inviare pitch (Öffnet in neuem Fenster).
Riflessi: qualche numero dal pianeta Terra
30.000,
sono i fulmini registrati in Francia in meno di 24 ore durante i violenti temporali di venerdì 13 giugno — fenomeni scatenati da un’ondata di instabilità atmosferica che ha causato danni, grandine e venti record.