«C’è un modo di essere donne che un uomo non riuscirà mai a capire. Un uomo che non sia un po' femmina non riuscirà mai a capirlo. E ci sono pochissimi uomini che siano un po' femmine.»
Heinrich Böll, Opinioni di un Clown, 1963
Questo scritto l’ho iniziato l’otto marzo. La sera prima S., mia figlia, ha “perculato” – neologismo giovanile che sta per sfottere - tutto il genere maschile dell’homo sapiens, perché pensiamo di poter risolvere secoli di patriarcato regalando mazzetti di mimose. Ha ragione da vendere a sfotterci, anche se sul momento mi sono offeso.
Per darle pienamente ragione vale la pena ricordare le origini della “festa delle donne”.
“L’8 marzo cade ufficialmente la «Giornata internazionale della donna» per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne attraverso anni di rivendicazioni di genere e lotta contro le discriminazioni sessuali. Per la prima volta si discusse sulla questione femminile e sulla rivendicazione del voto alle donne durante il VII Congresso della II Internazionale socialista che si svolse a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. Il 3 maggio 1908 nella conferenza tenuta ogni domenica dal Partito socialista di Chicago e che fu presieduta da Corinne Brown si discusse dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. Quella conferenza, a cui tutte le donne erano state invitate, fu chiamata «Woman’s Day», il giorno della donna. […] Fu così che negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata per rivendicare i diritti delle donne fu celebrata il 28 febbraio 1909. Le delegate socialiste americane, sulla scorta della positiva esperienza, decisero di proporre alla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, tenutasi nella Casa del popolo di Copenaghen il 26 e il 27 agosto 1910, due giorni prima dell’apertura dell’VIII Congresso dell’Internazionale socialista, di istituire una comune giornata dedicata alla celebrazione delle rivendicazioni dei diritti delle donne.” da https://www.lesociologie.it/l8-marzo-e-le-origini-storiche-della-giornata-internazionale-della-donna/ (Öffnet in neuem Fenster)
Alessandra Pinto, in questa ricostruzione della storia della Giornata internazionale della donna, scrive anche che la scelta definitiva dell'8 marzo si legò, nel 1917, alla Rivoluzione di Febbraio in Russia. In quel giorno, le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere "pane e pace", dando il via a una protesta che segnò il crollo dello zarismo. Solo nel 1975 venne poi istituita come Giornata internazionale, e non credo per promuovere il merchandising delle mimose. Quindi S. ha tutto il diritto di “percularci”.
Mi rendo conto che in questi scritti ho trattato molto poco il mio rapporto con l’altra metà del cielo. È una mia difficoltà, credo, da sempre, sicuramente dalla pubertà. Sono diviso tra un desiderio fortissimo e un senso di colpa altrettanto gigante, tra la ricerca continua del femminile, anche quello che c’è in me, e i residui del patriarcato trasmessi da maschio a maschio, direi quasi incisi nel DNA.
Ci lavoro da lungo tempo, il libro di Heinrich Böll che ho posto come incipit di questo racconto credo di averlo letto almeno tre volte in adolescenza e gioventù. Era un esempio maschile diverso. Non che non abbia mai espresso la mia quota di dominio patriarcale, ma fin da subito l’ho vissuta con disagio. Mia moglie Serena, certo non una donna remissiva, ha tenuto poi a bada con decisione tutti gli accenni patriarcali che ho espresso nella nostra convivenza.
Ci sposammo nel giugno del 2004 a Roppolo, con una festa che fu un inno al matrimonio “fai da te”, anzi, di più, “autocostruito”. A cominciare dalla lista di nozze. Non la facemmo in un qualsiasi negozio di arredamento e neanche, come era di moda allora, in agenzia di viaggi. La nostra lista di nozze era in una fornitissima utensileria e ferramenta di Milano, esattamente era Labras Lattanzi, zona Via Padova, perché una delle passioni che ci unisce è il legno.
Incontrai Serena nel Laboratorio Beretti (Öffnet in neuem Fenster)in zona Isola a Milano. È la bottega dove iniziai a lavorare professionalmente quel materiale. Si restaurano, tuttora, mobili di pregio, soprattutto mobili neoclassici intarsiati. Abbandonai poi la bottega per prendere la mia strada di falegnameria sociale. Mi buttai anima e corpo nella riconversione dell’ex manicomio di Milano e nella costituzione della cooperativa di tipo B di Olinda (Öffnet in neuem Fenster). Durante questo lavoro coordinai dei corsi finanziati dai Fondi sociali europei per persone con problemi di salute mentale. Nel corso c’erano da svolgere alcune ore di restauro; così mi presentai in laboratorio all’Isola chiedendo se qualcuno fosse interessato a svolgerle. Né Giuseppe Beretti, il titolare, né Vincenzo Onida, il suo socio di allora, vollero cimentarsi nell’insegnamento ai matti dei rudimenti di riparazione del mobile. Spinsero però Serena Clemente, che da poco aveva iniziato a collaborare con loro, a farlo lei. Dopo un po' di incertezza iniziale accettò.
Non fu però quello che la decise a volermi fortemente come compagno di vita. La sua decisione dipese, invece, da come mi vide attento e dolce con il piccolo C., figlio di Giuseppe e Laura. Questo dichiarò alla comune amica Barbara e così fu. Insomma la conquistai per una caratteristica non proprio tipica del genere maschile.

Dopo un anno e passa di relazione e una convivenza di qualche mese in una gelida casa di Roppolo, le chiesi di sposarmi. Mi rispose di sì. Così partì l’organizzazione. Il Comune era in ristrutturazione e, dopo lunga trattativa, fu scelta la Biblioteca per celebrare l’unione civile. L'impiegata di allora, Irene, ce la mise tutta per rendere quel salone accogliente. Il problema era che si trattava di un primo piano e il mio amico, nonché maestro, Massimo Malini, non poté salire con la sua carrozzina. Però c’era nella foto all’incrocio del Burnel. Lo vedete a destra tra Timoteo e Eros.
Erano un centinaio di invitati, divisi tra parenti, amici e “stranelli”. Data la mia storia gli “stranelli” erano una quota prevalente e si dividevano in certificati e non. Mia suocera Anna, assai preoccupata dalla impronta che davamo al nostro matrimonio, si mise a un certo punto a chiedere quali fossero i “matti” e si dovette rendere conto che non tutti quelli che supponeva lo fossero, poi lo erano veramente e, altri, che lo erano in modo ufficiale, non lo sembravano. In fondo “da vicino nessuno è normale”.

La cerimonia laica fu divertente, ci fu anche la gag dell’allora sindaco Sarasso che, dato che il mio testimone era Timoteo che, oltre al nome antico, ha altri due nomi – Basso e Nicola - e il cognome – Ugliola - ne dedusse, nell’ilarità generale, che fossero in realtà due testimoni: Timoteo Basso e Nicola Ugliola.
Il compagno Roma,

esponente dell’antipsichiatria milanese e militante autonomo, ci tenne a dirmi che si era iscritto alla biblioteca di Roppolo, nel frattempo che avveniva il matrimonio. Per fortuna che a gestire la biblioteca come volontaria c’era Chiara Cinquino, una delle mie attuali compaesane più aperte che certamente colse la generosità e la solidarietà che si celava dietro quella iscrizione.
Nel frattempo arrivò Vanni, l’amico cuoco, con la Skoda zeppa di teglie di lasagne verdi. Si mise ai fornelli con Andrea Monti, detto “Monty Python” per il naturale approccio grottesco con la realtà che condivide con il gruppo comico inglese.
La location del matrimonio era la casa dove abitavamo allora, quella di fianco alla Panetteria di Roppolo. Era dotata di un ampio cortile, con una bellissima pianta di alloro, e con un fienile.
Serena e io lavorammo duramente per allestire il tutto. Ci aiutarono in molti, compreso la Pro loco di Viverone mobilitata dall’amico e produttore di Erbaluce – nonché attuale sindaco di Viverone – Massimo Pastoris.
La coppia di quasi sposi fece anche una litigata stratosferica la sera prima della firma del contratto a cui assistette incredula, nonché giustamente preoccupata per i toni espressi, mia cognata Federica. La questione era che Serena voleva andare avanti ad oltranza a preparare mentre il sottoscritto, con maggiore cura verso noi stessi, avrebbe preferito fortemente prendere una pausa, riposare e ripensarci al mattino. Prevalse, ovviamente, la scelta di Serena. Federica rimase, credo, con il dubbio di quanto sarebbe durata la nostra unione.
A un certo punto Benito prese anche la fisarmonica e cominciò a suonare.
Era perfetto, quello che volevamo: convivialità e semplicità.
Fu una bella festa, con cui ci presentammo anche alla comunità di Roppolo, che ci accolse con le nostre stranezze. D’altronde anche Roppolo è strana forte. Basti ricordare che sulla splendida crostata preparata dai Busca Federica vide, prima che se ne accorgessero tutti, che era stata sbagliata la scritta sopra la torta. Serena fa Clemente di cognome e se non si estraeva completamente il biglietto di invito al matrimonio, regolarmente consegnato anche ai panettieri/pasticceri di Roppolo, comparivano solo quei due nomi (e Clemente è anche un nome tradizionalmente usato in Piemonte). Così la scritta che vide Federica nel cuore al centro della crostata era: Serena e Clemente. Fu poi “tacconata” e corretta in Serena e Ettore. A dimostrazione che nulla è irreparabile.