C’è una profezia dell’Istat sulla popolazione che rischia di autoavverarsi svuotando il Mezzogiorno. A mettere nero su bianco l’allarme è la Commissione parlamentare d’inchiesta della Camera dei deputati sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto.

La Commissione presieduta da Elena Bonetti ha iniziato i suoi lavori il 25 marzo 2025 e il 3 marzo 2026 ha approvato all’unanimità il Documento di sintesi dell’attività svolta dalla Commissione fino al 31 dicembre 2025, il quale riassume per temi quanto emerso nel corso di trenta audizioni. A pagina 9, ci si sofferma sulle previsioni territoriali della popolazione elaborate dall’Istat, con il Nord che nei prossimi anni, fino al 2030, aumenterebbe il numero di residenti mentre il Centro registrerebbe un lieve calo e il Mezzogiorno una forte flessione. In prospettiva, con proiezione al 2080, il Mezzogiorno sarebbe destinato a perdere «quasi otto milioni di abitanti, di cui già 3,4 milioni entro il 2050».
Tale drammatica stima è accompagnata però da una nota, nella quale si legge: «Vale la pena ricordare che le elaborazioni Istat si basano su un modello previsivo semi-probabilistico che relativamente alle migrazioni interne assume una propensione alla mobilità costante per tutto il periodo considerato. Resta inteso che le previsioni demografiche non debbano costituire una profezia autoavverante: l’azione politica potrebbe anzi intervenire per attenuare la tendenza storica di drenaggio di risorse umane da Sud verso Nord». Il messaggio è chiaro: se si considerano costanti nel tempo le migrazioni interne, le proiezioni non fanno altro che riflettere nel futuro anche lontano quanto accaduto negli anni più recenti e cioè, come è evidente nel grafico ripreso da Neodemos, replicare il declino del Sud.
Una profezia che rischia di autoavverarsi perché molte scelte politiche, soprattutto in materia di infrastrutture scolastiche, sono effettuate proprio sulla base delle stime demografiche dell’Istat. Per cui una popolazione stimata meccanicamente in calo riceve da subito meno servizi, con il risultato che è spinta a trasferirsi provocando proprio il trend profetizzato. L’effetto finale sarebbe il perpetuarsi del drenaggio di risorse umane da Sud verso Nord ovvero il rapido collasso del Mezzogiorno.
Ma quali sono gli indicatori che fanno prevedere all’Istat il declino irreversibile del Mezzogiorno? Il calo della natalità riguarda tutte le aree del Paese, le migrazioni dall’estero bilanciano solo in parte lo squilibrio fra nascite e decessi per cui a fare la differenza nei territori sono sostanzialmente le migrazioni interne. Quando l’Istat presenta le sue previsioni, segnala lo scenario mediano e spiega che c’è la probabilità, misurata percentualmente, che le cose vadano meglio o peggio indicando intervalli di confidenza: per ciascun territorio è riportato un minimo e massimo di popolazione con una probabilità del 90% che si resti all’interno di quei margini. L’Istat indica per iscritto che la sua metodologia è semi-probabilistica ma non spiega in modo sufficientemente esplicito che gli scenari probabilistici migliori o peggiori (per esempio un incremento o una contrazione del tasso di fecondità) non fanno riferimento alla propensione alle migrazioni interne: «L’Ipotesi alla base del modello si fonda - scrive l’Istat nella lunga nota metodologica del 24 luglio 2024 relativa alle Previsioni della popolazione residente e delle famiglie base 1/1/2023, ripresa nella pubblicazione del 28 luglio 2025 - sul mantenimento per tutto il periodo previsivo (cioè fino al 2080, NdA) di una propensione alla mobilità che rimanga costante. Ciò comporta che i flussi migratori interni evolvano nel tempo solo in virtù delle variazioni che interessano livello e struttura per età della popolazione esposta al rischio di migrare».
In concreto l’Istat prevede, con una probabilità del 90%, che il Nord nel 2050 avrà tra i 26,1 ai 28,4 milioni di abitanti rispetto ai 27,5 milioni attuali mentre il Centro si troverà tra 10,5 e 11,4 rispetto agli 11,7 attuali e il decisore politico è portato a ritenere che la maggiore o minore efficacia delle politiche per natalità, lavoro, sviluppo porteranno verso il risultato superiore oppure verso quello inferiore. Per il Mezzogiorno l’Istat assegna, con una probabilità del 90%, una popolazione al 2050 tra i 15,8 e i 17,0 milioni, quindi sempre molto più bassa rispetto ai 19,7 milioni attuali. Il decisore politico è spinto a credere che qualsiasi politica familiare, sociale, di sviluppo, qualsiasi Pnrr non riuscirà a impedire il crollo del Sud. E invece tale previsione drastica per il Mezzogiorno è conseguenza diretta di migrazioni interne che per definizione restano costanti indipendentemente dalla maggiore o minore efficacia delle politiche di coesione in atto. L’Istat indica per il periodo 2025-2050 pari a 1.135.888 persone in uscita dal Mezzogiorno nello scenario mediano. La variabilità nelle ipotesi minima e massima (con probabilità al 90%) è molto bassa perché va da 1.100.410 a 1.172.252, a conferma che se si considera costante la propensione all’emigrazione le variazioni indirette legate alla struttura della popolazione sono minime. Tale scelta metodologica simmetricamente illude il Centro-Nord, rassicurato dal fatto che nel prossimo quarto di secolo beneficerà di un flusso di meridionali di 1,1 milioni.
Tuttavia tale irreversibilità è puramente meccanica, appunto deterministica, dovuta alla scelta da parte dell’Istat di una metodologia ibrida che utilizza simultaneamente tecniche probabilistiche e altre deterministiche, senza illustrare con sufficiente chiarezza i limiti di un sistema misto. La conseguenza è che si valuta probabile l’aumento del tasso di fecondità (sebbene da quindici anni si registri un trend discendente) creando l’illusione di un incremento della natalità e nello stesso tempo si considera certo (determinato) il flusso percentuale di migrazioni interne dal Sud verso il Centro-Nord nonostante storicamente sia stato fortemente variabile e in alcuni anni, l’ultimo nel 1994, positivo in direzione del Mezzogiorno.
Quindi per esempio le azioni messe in campo con il Pnrr tra il 2021 e il 2026 non modificano le previsioni sulla popolazione dell’Istat. Tuttavia accade il contrario: le previsioni demografiche Istat sono state utilizzate a fine 2021 in tre bandi del Pnrr per l’edilizia scolastica (asili nido, palestre e nuove scuole) per determinare la popolazione target, utilizzando il 2035 come anno obiettivo. In sostanza si sono assegnate più risorse per l’edilizia scolastica alle aree che secondo l’Istat beneficeranno della migrazione interna, anticipando il fallimento delle politiche di coesione che caratterizzano il Pnrr: si è introdotto il principio paradossale che i servizi non vanno assicurati dove i cittadini vivono ma dove si trasferiranno (anche) per carenza di servizi.
Chi ha definito la metodologia? L’Istat tra il 2009 e il 2015 in un gruppo di lavoro congiunto con un solo ateneo: l’università Bocconi di Milano. Il risultato è appunto una metodologia mista, semi-probabilistica, che considera variabili in base ai giudizi di un pool di esperti fecondità, mortalità e arrivi internazionali e immutabile la propensione ai trasferimenti interni, quindi in sostanza da Sud verso Nord. Di fronte ai rilievi del 3 marzo 2026 della Commissione guidata da Bonetti, secondo quanto risulta a XilSud, l’Istat ha avviato una riflessione sulla metodologia. C’è da augurarsi che ci sia presto un cambio di rotta.
Marco Esposito (12 marzo 2026)