Quando i dati e le mostre dicono la stessa cosa: la città sta cambiando forma.

Ben ritrovate e ben ritrovati.
Una nuova newsletter per chiudere ottobre e fare un po’ il punto su quello che sta succedendo. Buzz Prato continua a crescere: questa settimana abbiamo superato i 2000 iscritti al canale WhatsApp, un bel traguardo, costruito una mattina e un messaggio alla volta.
Ho pubblicato anche un nuovo articolo, nato da un lavoro collettivo sull’identità pratese, o meglio sulla “pratesità”. Un esperimento di scrittura condivisa che trovate qui (Si apre in una nuova finestra).
Vi ricordo che il progetto Buzz Prato andrà avanti a pieno ritmo fino a fine dicembre.
Se credi che questo lavoro abbia un valore puoi sostenerlo con 5 euro al mese o con 50 euro all’anno.
Prato e la sostenibilità, una fotografia dal 2019 a oggi

Negli ultimi anni Prato ha migliorato in modo costante la propria posizione nella classifica nazionale di Ecosistema Urbano, il rapporto che ogni anno Legambiente e (Si apre in una nuova finestra)Il Sole 24 Ore (Si apre in una nuova finestra) dedicano alla qualità ambientale delle città italiane.
Nel 2019 (Si apre in una nuova finestra) era nella parte bassa della graduatoria, al 64° posto su 106 capoluoghi.
Nel 2021 (Si apre in una nuova finestra) era scesa al 72°, nel 2023 (Si apre in una nuova finestra) era risalita al 65°, poi nel 2024 (Si apre in una nuova finestra) è salita al 57° posto.
L’ultimo rapporto del 2025 (Si apre in una nuova finestra), pubblicato qualche giorno fa, e basato sui dati del 2024, la colloca al 41° posto. È un miglioramento graduale, non un salto improvviso, che mostra un trend positivo su più fronti.

L’acqua e il suolo
Tra gli indicatori che hanno contribuito alla risalita ci sono la gestione del suolo e il consumo idrico.
Secondo il report del Comune di Prato (Si apre in una nuova finestra), nel 2023 ogni cittadino ha consumato in media 115 litri d’acqua al giorno, uno dei valori più bassi d’Italia.
Il dato negativo è invece quello delle perdite nella rete idrica (Si apre in una nuova finestra), stimate intorno al 46 %, quasi la metà dell’acqua immessa. È uno dei peggiori dati nazionali.
Sull’uso del suolo Prato resta tra le città più efficienti: l’indicatore che misura il rapporto tra territorio urbanizzato e popolazione la colloca nelle prime posizioni italiane.
I rifiuti
La produzione di rifiuti resta elevata: nel 2023 si stima che ogni abitante abbia generato circa 550 kg di rifiuti, contro una media nazionale di poco superiore ai 500 kg.
La raccolta differenziata si mantiene su livelli intorno al 70 %, ma è in lieve calo rispetto agli anni precedenti. È possibile che il dato complessivo sia parzialmente influenzato dalla presenza di molte attività produttive sul territorio comunale, dove i confini tra rifiuti urbani e scarti industriali non sono sempre netti.
Mobilità e aria
Il trasporto pubblico rimane uno dei punti deboli. L’offerta di servizio – misurata in chilometri percorsi dagli autobus per abitante – è bassa.
Negli ultimi anni sono però aumentati i viaggiatori: 42 viaggi per abitante nel 2023, quasi il doppio rispetto al periodo post-pandemico. Il tasso di motorizzazione, con 61 auto ogni 100 abitanti, resta tra i più bassi d’Italia.
La mobilità a Prato è anche condizionata dal fatto di non essere una città turistica: la domanda di trasporto è legata soprattutto ai pendolari e agli spostamenti di lavoro.
La qualità dell’aria mostra oscillazioni minime: le concentrazioni di PM10, PM2,5 e NO₂ restano inferiori ai limiti di legge ma superiori alle soglie raccomandate dall’OMS.
Verde e spazio pubblico
La superficie di verde urbano è stabile, intorno ai 28 m² per abitante.
Le aree pedonali invece restano limitate: circa 16 m² ogni cento abitanti, tra le estensioni più basse d’Italia.
Un confronto possibile
Rispetto ad altre città toscane, Prato si colloca in una fascia intermedia: è davanti a Pistoia e poco distante da Lucca, ma appartiene a una categoria urbana diversa.
È una delle città più dense d’Italia, con oltre 2.000 abitanti per km², e ha un profilo socio-economico particolare, dove la densità abitativa e quella produttiva coincidono.
Per caratteristiche territoriali e industriali, Prato è più vicina ad aree come quella di Brescia – che negli ultimi anni è tra le prime quindici del Ecosistema Urbano (rapporto 2025 (Si apre in una nuova finestra)) – o ad altri centri della pianura padana, dove manifattura, alta densità e crescita metropolitana convivono da decenni.
Una tendenza più che un risultato
Il miglioramento degli ultimi anni non significa che Prato sia diventata “sostenibile”, ma indica una direzione.
Il riconoscimento ricevuto nel 2024 dalla Commissione Europea – il “Mission Label (Si apre in una nuova finestra)” per la neutralità climatica – inserisce la città in un percorso di medio periodo che potrebbe rendere più concreti i progetti su energia, mobilità e verde urbano.
In sintesi: Prato è passata da una posizione di ritardo a una fase di transizione.
Ha corretto alcune criticità, consolidato politiche di pianificazione più attente e iniziato a mostrare segnali misurabili di miglioramento.
Restano aperti i nodi più strutturali: perdite idriche, rifiuti, trasporto pubblico e pedonalità. È lì che si vedrà se l’attuale tendenza può trasformarsi in risultati duraturi. E sicuramente l’assenza di una direzione politica non aiuterà.
L’arte contemporanea qui si muove su due binari

Negli ultimi anni Prato si sta rivelando un osservatorio interessante per capire come possono evolvere le istituzioni culturali locali, soprattutto nel rapporto tra arte contemporanea, territorio e pubblico. Due realtà in particolare sembrano aver trovato una traiettoria coerente e riconoscibile: il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci e il Museo del Tessuto. Diverse per missione e linguaggio, condividono un’idea di cultura come spazio aperto, che riflette sul presente senza perdere il legame con le radici.
Il Pecci e la cultura come archivio vivente
Il Centro Pecci ha attraversato molte fasi dalla sua fondazione nel 1988, ma negli ultimi due anni ha consolidato una linea curatoriale che alterna riscoperta storica e attenzione al presente. Mostre come quella dedicata a Lara-Vinca Masini o a Peter Hujar hanno permesso di rileggere figure del passato con uno sguardo contemporaneo, mentre progetti come Vivono (Si apre in una nuova finestra) – dedicato all’arte e agli affetti durante l’emergenza HIV/AIDS in Italia e visitabile fino al maggio del 2026 – o Colorescenze, sulla nuova scena artistica femminile toscana, hanno affrontato temi sociali, politici e civili.
Sotto la direzione di Stefano Collicelli Cagol, il Pecci lavora sulla memoria come strumento critico. Anche le scelte allestitive vanno in questa direzione, con installazioni immersive, dialoghi tra fotografia e performance e collaborazioni con architetti e designer. Il pubblico a cui il museo si rivolge è ampio: dagli studenti ai professionisti dell’arte, dai cittadini pratesi a chi arriva appositamente per vedere una mostra su Ghirri o Volpi.

Proprio la mostra imminente su Luigi Ghirri (Si apre in una nuova finestra), che aprirà a fine novembre 2025, conferma questa traiettoria. Intitolata Polaroid ’79–’83, è la prima interamente dedicata al lavoro istantaneo del fotografo emiliano, figura centrale della cultura visiva italiana. Curata da Chiara Agradi e dallo stesso Collicelli Cagol, riunisce una selezione di scatti realizzati con la Polaroid, tra sperimentazione formale e ricerca poetica. Accanto alle immagini, la mostra offrirà anche una riflessione implicita sul nostro rapporto con la fotografia oggi, tra analogico e digitale, e un’occasione per le nuove generazioni di confrontarsi con uno sguardo che ha saputo coniugare rigore concettuale e spontaneità.
Il Museo del Tessuto e il racconto di un’identità

Se il Pecci lavora sul presente con lenti critiche, il Museo del Tessuto parte dalla storia ma la reinterpreta con strumenti contemporanei. Negli ultimi anni la sua programmazione ha mostrato una direzione chiara: da una parte il recupero della tradizione tessile locale con mostre come Veste di luce o l’omaggio a Loriano Bertini “Io sono quello che ho donato", dall’altra l’apertura alla moda e all’arte globale, con retrospettive come quella su Walter Albini e la più recente, inaugurata da pochi giorni, Alaïa e Balenciaga. Scultori della forma (Si apre in una nuova finestra). (Si apre in una nuova finestra)
Quest’ultima esposizione, visitabile fino al 3 maggio 2026, mette in dialogo due giganti della moda del Novecento – Azzedine Alaïa e Cristóbal Balenciaga – attraverso cinquanta capi provenienti dalla Fondation Alaïa di Parigi. Curata dallo storico della moda Olivier Saillard, la mostra racconta la loro affinità nella concezione dell’abito come architettura del corpo, come forma scultorea che trascende la stagionalità della moda. L’allestimento, sobrio e teatrale insieme, trasforma le sale del museo in un dialogo silenzioso di stoffe, tagli e volumi. È un progetto che conferma l’ambizione internazionale del museo pratese e la sua capacità di attrarre prestiti e curatori di alto profilo.
Negli ultimi anni, con i suoi limiti, il Museo del Tessuto ha dimostrato di saper tenere insieme ricerca storica e contemporaneità, alternando mostre legate alla manifattura locale a esposizioni di respiro globale. “Alaïa e Balenciaga” è anche una metafora della direzione che il museo sta prendendo: il tessuto come linguaggio universale, capace di raccontare sia la storia di una città industriale come Prato, sia le forme più alte della creatività internazionale.
Due anime che raccontano una città
Insieme, il Pecci e il Museo del Tessuto raccontano una Prato che costruisce la propria identità culturale nel dialogo tra locale e globale, passato e futuro. Il primo rinnova la memoria collettiva attraverso l’arte contemporanea, il secondo proietta la tradizione tessile nella moda e nel design internazionale. Due modi diversi ma complementari di dimostrare che anche fuori dai grandi centri si può fare cultura di qualità e incidere nel dibattito nazionale.
L’agenda
Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.

Nel ridotto del Teatro Politeama Pratese è iniziata una rassegna di musica jazz, tutti i mercoledì di novembre (Si apre in una nuova finestra).
Sempre al Politeama venerdì (e in replica domenica) debutta la Tosca (Si apre in una nuova finestra) prodotta con la Camerata Strumentale di Prato e pensata su misura per la sala di via Garibaldi, in occasione dei 100 anni del teatro.
Dal 7 al 9 novembre a Prato c’è Oikonomia (Si apre in una nuova finestra), progetto ideato da Luigino Bruni e padre Guidalberto Bormolini per riconnettere economia e interiorità. Erede del Festival di Economia e Spiritualità, propone incontri dedicati a una gestione etica e consapevole delle risorse, in cui spiritualità ed economia si integrano.
Dal 6 all’8 novembre al Centro Pecci c’è il Pecci Books Festival (Si apre in una nuova finestra). Al momento però il programma non è stato ancora svelato. Tenete d’occhio il sito.
Cinema (vi metto link che anche questa volta sono andato un po’ lungo e Substack mi brontola): Terminale (Si apre in una nuova finestra), Eden (Si apre in una nuova finestra), Pecci (Si apre in una nuova finestra), Garibaldi (Si apre in una nuova finestra).
I matti della città di Prato
Siamo tutti e tutte un po’ matti in questa città. Eccone i tre scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos): un libretto, nato da un laboratorio con Paolo Nori. Storielle brevi di persone pratesi eccentriche. Per fare un sorriso.
Una aveva quasi ottant’anni e andava alla messa tutte le domeniche. Quando gli chiedevano spiegazioni sul perché ultimamente sopra l’acquaio c’era attaccato un foglietto con la preghiera buddhista diceva che era meglio non scontentare nessuno, non si sa mai.
Uno era Ivo B., che se si allontanava da Prato perdeva subito le forze.
Uno era un ragazzo che, per le strade di Grignano e del Soccorso, faceva suonare il clacson: “Bipsuonaaa” urlava, indicando col dito la macchina di turno. Lo conoscevano tutti e obbedivano come si conviene di fronte a un direttore d’orchestra.
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter
“Napoli t’è scetà” di James Senese non è solo una canzone, ma il simbolo di una città che ogni mattina rinasce con la sua bellezza e la sua fatica. Nata da un’alba napoletana dopo la pioggia, il brano traduce in musica i suoni e l’anima della città. Senese ha incarnato la fusione tra radici partenopee, eredità afroamericana e innovazione musicale. Senza di lui non ci sarebbero stati il primo Pino Daniele, il funk napoletano e l’attuale rinascita sonora di artisti come i Nu Genea.
Si può ascoltare pure su Spotify (Si apre in una nuova finestra).
https://www.youtube.com/watch?v=C443Nn1oUgw (Si apre in una nuova finestra)