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Cavalli e cortili

Anche i cavalli sono una costante che incontro spesso sulla mia strada. Lo stesso nome del paese di mio padre, Cavaglià, lo testimonia.

Cavaglià probabilmente deve il suo nome al latino Caballus che indicava le bestie da soma e da tiro; doveva essere, ai tempi dei romani, una stazione di cambio dei cavalli per i carri che passavano sulla Via delle Gallie.

Sarà forse per questo che nel cortile della casa dei nonni, proprio a Cavaglià, seduto su una piccola panca, costruita apposta per noi bambini da Italo, appoggiato a un contenitore di legno, disegnai su una bottiglia di vetro uno splendido cavallo bianco. Dovevo avere più o meno nove anni, la stessa età in cui disegnai, a scuola, anche la panchina a tre dimensioni.

Quella bottiglia con il bianco cavallo fu portata in dono a una amica di lunga data di mia mamma, Clotilde Pontecorvo, nella sua casa di vacanza a Capalbio, dove fummo ospitati per più di una estate tra la mia infanzia e l’adolescenza.

Clotilde era una delle amiche di sempre di Maria; mia mamma, appunto, era l’ultima di sette figli di Grazia Frisina e Raffaele Modafferi, una famiglia dell’entroterra reggino. Per elevarli e offrirgli l’opportunità di allontanarsi dalla condizione di povertà della Calabria profonda, ben tre figli maschi furono mandati a Roma a studiare. Mia mamma fu l’unica femmina a cui toccò questa opportunità. Ebbe questa fortuna, che invece non ebbero le sue sorelle Micuzza e Carmela, perché mio nonno Raffaele, andando e tornando dagli Stati Uniti in qualità di migrante, morì d’infarto. Maria rimase così orfana di padre a soli cinque anni. Fu deciso da mia nonna Grazia di mandare anche lei a Roma dal fratello. Maria a cinque anni passò così dalla realtà contadina di Sitizano, frazione di Cosoleto in provincia di Reggio Calabria, a quella di Roma, nella casa di suo zio Antonio e sua zia Tonuzza, in via Novara, nei pressi di Porta Pia.

A differenza dei suoi fratelli Antonio e, soprattutto, Mimmo e Nato non le toccò il collegio, ma andò a scuola dalle suore, vivendo con gli zii nella casa di via Novara.

La casa di via Novara in cui mi recai in visita più volte era, per me, un luogo anomalo rispetto al contesto familiare. Diciamo che mi metteva soggezione. Era ben arredata, si sentiva addirittura il profumo dei biscotti Gentilini proveniente dalla vicina fabbrica, vi era la presenza di una domestica - Carmen – e le chiacchiere infinite di zia Tonuzza ma, soprattutto, gli incommensurabili silenzi dello zio Antonio. Il ricordo che mi rimane più impresso di lui è l’uovo sbattuto che gli veniva portato in studio tutti i pomeriggi, preparato con un goccio di Marsala.

Insomma un quadretto benestante che stonava con il resto della famiglia che conoscevo. Come lo zio di mia mamma sia riuscito a fare fortuna rimane tutto da ricostruire. Sicuramente è una storia molto dignitosa, da quello che so, pare fosse nella Guardia di Finanza.

Fu un uomo di poche parole e di grande generosità. Se mia mamma si laureò in storia e filosofia e poi si trasferì a Milano fu grazie a lui, oltre cha a mia nonna Grazia. Ancora in quegli anni non era comune che una donna si laureasse, soprattutto se parte di una famiglia povera dell’entroterra calabrese.

Trasferendosi a Roma mia mamma fece delle amicizie importanti, che durarono fino alla fine della sua vita, con figlie della borghesia romana, alcune di origine ebraica. Le suore evidentemente le proteggevano e consentirono loro di studiare nonostante le leggi razziali del Duce.

L’amicizia durò a lungo e così potei portare la bottiglia con il cavallo bianco a Clotilde, in quel di Capalbio.

Il cortile di via Vercellone a Cavaglià, dove disegnai il cavallo sulla bottiglia, è stato per me un luogo importante, in cui non ero per niente a disagio. Anche se deve essere stato certamente molto più vivo e vivace prima che io lo frequentassi. Si raccontava di persone e di serate passate a parlare, seduti tutti in cortile, una vita comunitaria che non vissi in prima persona ma di cui percepii gli echi.

Quel cortile fu, soprattutto, il luogo in cui incontrai il lavoro molto ma molto più da vicino che non nell’appartamento dove mi sentivo chiuso a Milano, in via Maiocchi.

Intanto Italo, il cugino di mio papà, nonché il figlio di quell’Eusebio (Taldin) che morì nella prima guerra mondiale, era falegname ed aveva il suo laboratorio proprio nel cortile. Quella dimensione del fare con le mani unita alle relazioni comunitarie di cui sentivo i racconti mi influenzarono, credo, in molte delle scelte successive.

Ecomuseo della Valle Elvo, Bagneri- Banco da falegname con esposti alcuni degli attrezzi tradizionali della lavoraizone del legno.
foto di Ettore Mak, Bagneri 2025

Sempre in quel cortile, qualche anno più tardi, venni retribuito per la prima volta facendo l’aiutante di un artigiano cardatore, venuto a cardare la lana dei materassi. Un mestiere scomparso che consiste nello svuotare i materassi di lana per poi passare la lana in una cardatrice.

E’ un attrezzo che ha delle punte collegate a un braccio, muovendolo si districa e si pulisce la lana per poi rimetterla nei sacchi dei materassi. Alla fine della giornata l’artigiano cardatore mi diede 500 lire per l’aiuto che gli offrii.

Qualche tempo dopo devo anche aver aiutato dei carpentieri a sistemare il tetto del garage della casa dei nonni. Lì però non mi fu dato niente.

Nel cortile, oltre a Italo e alla moglie Gemma, c’erano anche i genitori di Paolo. Paolo era un ragazzo più grande di me che studiava all’ISEF, l’università di scienze motorie. Era figlio di una famiglia del Polesine che, dopo la tragedia dell’esondazione del Po del 1951, si trasferì a Cavaglià. Osservavo per ore sua mamma Angela lavare i panni nel loro piccolo lavatoio nel cortile: immergere, insaponare, sbattere, sciacquare e strizzare. E poi le lunghe chiacchierate con suo padre, operaio della Zinco, mentre mi offriva i cetrioli del suo orto con un pizzico di sale.

La Zincocelere, per i cavagliesi abbreviata in Zinco, fabbricava circuiti stampati ed ebbe fino a 1.000 dipendenti. Visse grazie all’indotto Olivetti e andò a gambe all’aria all’inizio del nuovo millennio. Insomma fa parte di quella storia luminosa dell’informatica italiana, soffocata dai rapporti geopolitici

Ecco come la storia attraversa anche i piccoli centri della provincia, prima con le vie romane - non bisogna dimenticare che poco lontano, a Salussola, vi fu uno dei maggiori giacimenti auriferi dell’epoca - e infine con i circuiti stampati delle macchine Olivetti. Questo svuotamento della provincia è un evidente squilibrio che viene generato dalla concentrazione nelle città, dal continuo fluire di persone e risorse verso i centri urbani.

Tutt’altra impostazione rispetto all’utopia concreta e, almeno in parte, realizzata nel Canavese da Adriano Olivetti. La possiamo racchiudere tutta in questa frase presa da un suo discorso:

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, deve

distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia.

Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica,

giusto?

Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e

agricoltura, produzione e cultura.

A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai

che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi

viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza”

La deindustrializzazione, invece, diede un calcio nel sedere a chi lavorava, e glielo diede doppio a coloro che risiedevano nella provincia italiana, nelle aree di campagna e di montagna.

Sono convinto che, per uscire dal vicolo cieco in cui siamo, bisogna partire proprio da queste aree marginalizzate e dalle persone che le abitano

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Tópico Talking hands

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