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Appesi a un filo (e non di seta)

Lo scorso 4 settembre è venuto a mancare Giorgio Armani, irriducibile pilastro della moda italiana e mondiale. Per le circa quarantotto/settantadue ore successive, canali tv e social media lo hanno omaggiato, raccontato, riassunto, direi quasi incasellato all’interno dell’orizzonte di senso della parola più citata e dovuta di tutte: eleganza. Potremmo aggiungere anche essenzialità e non sbaglieremmo, hanno ripetuto anche quella diverse decine di volte. Sbaglieremmo invece a pensare che il culto e la fascinazione nei confronti di Armani fossero solo il frutto della fantasia di un uomo che disegnava bei vestiti, perché anche senza aver mai posseduto un pezzo di Armani Haute Couture sappiamo bene che il riferimento estetico dei suoi tagli è sempre stato proprio quello del tratto pulito e senza eccessi, della stoffa che scivola addosso senza né appesantire né appannare le forme di chi la indossa, e questo accade quando qualcuno trascende il senso del disegno di un modellino e tratteggia i profili di uno stile, di cui ogni collezione ne è il diretto manifesto.

L’atto di chi riesce in quest’impresa tutt’altro che scontata lo chiamo la vestizione del tempo, perché la moda non è il settore frivolo della creatività, è materia sociologica e tratto antropologico, anche se una certa narrazione - quella che la riduce a semplice accessorio o al Bell‘‘’abito” sfilato in passerella, o ancora argomento leggero da salotto borghese - l’ha spesso spogliata dei suoi significati più profondi, decodificandola paradossalmente, restituendole una patina che non si addice alla coralità di visioni, spesso politiche (e qui basti citare Vivienne Westwood), che la caratterizzano.
La scomparsa di Armani, però, mi ha soprattutto fatto ripensare alla morte di un’altra icona altrettanto inconfondibile: Alexander McQueen, stilista londinese classe ‘69 suicidatosi nel febbraio del 2010. 

McQueen è stato forse il mio primo approccio all’alta moda, leggevo di lui su alcune riviste che compravo nel reparto edicola del supermercato, una su tutte era A, diretta da Maria Latella, lì questo enigmatico stilista appariva spesso e la sua proposta era talmente d’impatto da bucare letteralmente ogni pagina della sezione moda.
Esattamente come Armani, Alexander McQueen non era solo un tizio che progettava bei vestiti ma aveva la straordinaria capacità di imprimere a ogni capo un tocco rigidamente museale e al tempo stesso contemporaneo. Cuciva addosso a modelle e modelli le provocazioni concettuali di Damien Hirst, con rimandi alle performance estreme di Marina Abramović, omaggiando al tempo stesso il surrealismo di Elsa Schiaparelli e il risultato era un’incredibile estetica gotica e punk insieme, il tutto in nome di un coagulo di riferimenti che saccheggiavano diverse epoche storiche che andavano dal Medioevo al Rinascimento, confluendo nell’età vittoriana, per poi ridisegnare tutte queste suggestioni in chiave simbolista. Detta così potreste immaginarvi un atelier dallo stucchevole trionfo barocco e invece le collezioni di McQueen erano veri pezzi d’arte votati a un continuo scavo nell’insolito, nel bizzarro e perfino nelle mutazioni genetiche. Le sue celebri Armadillo Shoes, apparizioni aliene presentate in formato tacchi durante la sfilata Platos Atlantis, incarnavano a pieno titolo la sua visione ammaliante e mostruosa del fare moda, il cui obiettivo era in fondo evocare un rituale di trasformazione perpetua in cui non solo il piede ma il corpo umano tutto si faceva enigma in vista di un nuovo ordine biologico altamente disturbante, ma pur sempre seducente. Su YouTube si possono recuperare i leggendari fashion show dello stilista, tutti altamente teatrali, ambigui e tutti in fila a confermare il fatto che, al di là del puro gusto personale, c’è un prima e un dopo Alexander McQueen nel mondo dell’alta moda, crasi inaspettata fra natura e artificio, fra tessuto e scultura, fra umano e alieno: ha cucito tutto insieme.

Poi - e questo è il tipico flipper impazzito che fa parte del fashion system - a un certo punto, una sciarpa di seta con teschi e ossa incrociate, inizialmente disegnata per la Spring Summer 2003, si trasforma in un vero oggetto di culto del primo decennio del Duemila. La skull obsession aveva invaso in poco tempo (e in maniera costante) le pagine di quelle stesse riviste che leggevo e mi ero convinta che fosse anche l’unico accessorio vagamente raggiungibile dalle mie tasche, o almeno così credevo, fin quando poi quella sciarpa non l’ho vista dal vivo alla Rinascente di Milano (e qui era il 2008) a un prezzo che, no, non era affatto affine alle mie tasche. Però mi piaceva e in qualche modo desideravo averla, perché McQueen era un simbolo, era un’estetica, era un’idea e quindi la tentazione di acquistarla comunque, ma in una bancarella a caso della mia città, è stata forte e ho ceduto. Mi sono ritrovata con un prodotto simile, ma di pessima qualità, del tutto inutile e superfluo, nonché correlato a un desiderio inappagato. L’ho indossata una sola volta, senza entusiasmo, e archiviata nell’armadio.
A pensarci oggi, il mio primo approccio all’alta moda ha significato anche una rincorsa verso le alternative del fast fashion, ma all’epoca, a diciassette anni, non ci avevo dato troppo peso.

Con la morte di Armani, un meme è rimbalzato da un feed all’altro e ha accompagnato i vari repost dedicati all’argomento, ecco perché ho ripensato alla parabola McQueen e alla skull scarf di cui sopra: Armani vi vede che postate messaggi di cordoglio mentre acquistate su Shein. E questo è un tema, perché ci siamo incappati tutti nel girone infernale del fast fashion. E non fa così ridere.
Il fast fashion, a livello puramente concettuale, è una decodificazione estrema dell’idea di moda. A livello ambientale, un disastro - e una stortura etica - senza precedenti, che al desiderio di un determinato capo ha affiancato un modello produttivo e di business che ogni giorno alimentiamo perché è anche facile cascarci. Catene come Zara, H&M e Uniqlo hanno, negli ultimi anni, completamente ricalibrato e rimodellato l’offerta e la narrazione relative alle proprie collezioni, basta dare una rapida occhiata ai loro siti per accorgersi che ormai le loro proposte stagionali somigliano sempre di più a un raffinato prêt-à-porter che due o tre decenni fa era possibile osservare prevalentemente in fashion week. Alcuni brand stanno attualmente riadattando a suon di capsule collection a edizione limitata, spesso firmate in collaborazione con grandi stilisti, e collezioni studio il proprio posizionamento all’interno dell’industria moda, accompagnando il tutto con manifesti che fondono etica del tessuto a etica del vissuto. Un esempio su tutti è probabilmente rappresentato da Desigual, casa di moda in radicale trasformazione, che ha da poco lanciato The Collection FW25, insieme a un invito eloquente: Amidst the uncertainty, we ask: Why? Why has division grown stronger than love? (…) Join us in asking the questions and living the answers.
Ma è solo un’illusione che funziona su un principio di accelerazione patologica, con abiti costosissimi prodotti a una velocità da catena di montaggio, che sopravvive grazie alla nostra adesione emotiva e compulsiva al rituale dell’acquisto, ovvero rincorrere il capo per aderire a uno standard che non prevede la durata dell’abito o dell’oggetto in sé, ciò che  compriamo esiste per riempire quel tempo d’attesa che farà spazio al prossimo trend virale. In mezzo a tutto questo (come se già non bastasse) persino la percezione estetica della ricchezza e del posizionamento sociale ha due nuovi codici che sono diventati a loro volta due trend virali su Instagram e Tik Tok, ovvero il confine - labile - fra Old money e New money che oggi rappresentano due universi distinti, non solo in termini economici ma soprattutto sociali. Entrambi indicano la ricchezza, da un lato quella tramandata da generazione in generazione, dall’altro la ricchezza di quelle famiglie che hanno accumulato fortune più recenti, spesso grazie a finanza, intrattenimento o imprenditoria moderna, ma che ne raccontano modalità differenti di gestione e soprattutto rappresentazione, per farla breve potremmo tradurre in questi termini le due categorie: lusso discreto, la prima, e lusso esibito, la seconda. In entrambi i casi, la proposta estetica si trasforma in un modello aspirazionale che, inevitabilmente, alimenta anche l’industria del fast fashion. Un circolo vizioso che ha conseguenze ambientali drammatiche.

Ogni anno oltre 40.000 tonnellate di capi invenduti vengono accumulate, generando vere e proprie discariche a cielo aperto, emblematico e distopico è il caso del deserto cileno di Atacama, dove da circa quindici anni montagne di vestiti invenduti hanno alterato il paesaggio e la sua geologia e che impiegheranno oltre due secoli per decomporsi. A tutto questo si aggiunge un aspetto altrettanto inquietante: quelle stesse stoffe le mangiamo senza accorgercene, le fibre sintetiche dei tessuti, che derivano per la maggior parte dalla raffinazione di idrocarburi come gas e petrolio, degradandosi (o anche attraverso un semplice lavaggio) rilasciano microplastiche che entrano non solo nell’ecosistema ma anche nelle catene alimentari, fino a diventare parte della nostra dieta quotidiana.
Secondo alcuni dati Greenpeace, ogni anno nell’Unione Europea vengono smaltite circa 5 milioni di tonnellate di abiti e calzature, tradotto, 12 chili per persona. Di questa enorme quantità, circa l’80% finisce in discarica o negli inceneritori, mentre meno dell’1% viene realmente riciclato per produrre effettivamente nuovi capi, quegli stessi di cui sembriamo sempre aver bisogno.

Se l’estetica di ciò che indossiamo è parte di un’espressività che ci racconta, anche la sostenibilità di ciò che abbiamo nell’armadio dipende dalle nostre scelte quotidiane, è importante educarsi a un rapporto sano con la moda, frase refrain che non ci assolve dal fatto che abbiamo certamente un problema di accumulo anche sul piano privato.
Ce lo racconta sfacciatamente una piattaforma come Vinted, un interessante laboratorio antropologico non immune a quello scroll infinito prodotto dai social stessi. In pochi secondi ci permette di entrare nelle case e nelle cabine armadio di migliaia di sconosciuti con proposte in continuo aggiornamento e che variano dal nuovo con cartellino al vintage, passando per l’usato in ottime condizioni che merita una seconda vita.
Ma siamo lontani dall’underconsumption core promosso dalla Gen Z, a giudicare dal numero di capi presenti nei vari account e dal numero delle recensioni, quest’app è diventata l’ennesimo spazio digitale dedicato allo shopping, una pratica che ormai incentiva direttamente, visti i prezzi trattabili e i caricamenti costanti, ma con la scusa virtuosa e sostenibile di svuotare un armadio senza buttar via niente, quei capi vanno a riempirne un altro, che a sua volta, a un certo punto, strariperà e dovrà essere smaltito. La piattaforma è anche piena di proposte fast fashion rivendute a prezzi alti, di capi spacciati per vintage quando invece appartengono semplicemente a qualche vecchia collezione non rintracciabile, di borse Jacquemus (fra i brand più ricercati) non proprio tutte originali ma vendute come tali e di tantissimi altri prodotti che, sempre stando alle recensioni, provengono da un acquisto errato proprio effettuato su Vinted e che vengono quindi rimessi in commercio: tutto questo ne distorce l’utilizzo, perché non è un processo ecosostenibile acquistare a cuor leggero capi di Zara, Asos o Shein con la certezza di poterli rivendere e, con parte del saldo accumulato nell’app, acquistare automaticamente altri prodotti.
Come per ogni strumento, anche un uso più virtuoso, critico e consapevole dell’app è possibile e praticabile, e se si ha la giusta pazienza si può davvero quasi  trovare l’introvabile; vale in special modo per vecchi libri non più in ristampa, cataloghi d’arte, vecchi telefonini (vedrete quanti Nokia 3310 ci sono), tutti oggetti che con le loro simbologie spingono a inaspettati tuffi nel passato, perché Vinted conserva qualcosa di nostalgico ed è forse questo sentimento correlato, questa sua dimensione emotiva, fatta di ricordi e ritrovamenti fortuiti, a costituire gran parte del suo successo.

Mentre scrivo questa caotica newsletter, ammetto di aver aperto l’app e di aver cercato l’iconica e indimenticata skull scarf di Alexander McQueen, inutile dire che in vendita ce ne sono tantissime, in tutte le condizioni e in tutte le colorazioni. Ce n’è anche una simile a quella che avevo visto esposta alla Rinascente, ma no, neanche questa volta la comprerò.
E va bene così.


Giulia Bocchio

Anonimo, XIX sec. Ritrovamento di Mosè Courtesy Pananti. (Öffnet in neuem Fenster)

I nostri appuntamenti a Firenze RiVista

Dal 19 al 22 settembre, L’Indiscreto parteciperà a Firenze RiVista, la biennale delle riviste e dell’editoria indipendente

Per l’occasione la redazione presenterà una serie di eventi, tra cui incontri, presentazioni editoriali e dibattiti tematici.

Dialogheremo insieme per approfondire le sfide e le opportunità del panorama culturale contemporaneo e racconteremo da vicino il nostro lavoro, le nostre scelte editoriali e le storie che ci appassionano.

Vi aspettiamo anche al nostro stand: venite a salutarci!  Ci vediamo alle Murate

Venerdì 19 settembre

Ore 16.00 

Premio Calvino presenta
RACCONTARE IN BREVE
Il ruolo delle riviste nel panorama del racconto italiano contemporaneo

con Giulia Bocchio, redattrice e curatrice della rubrica di racconti della rivista L’Indiscreto e Leonardo Ducros, redattore della rivista L’Eco del Nulla e editor del Premio di narrativa breve Petrarca.fiv. 

Modera Mario Marchetti, presidente del Premio letterario per esordienti Italo Calvino


Sabato 20 settembre

ore 17.00 | Sala Wanda Pasquini
Cric e Testimonianze presentano

PAURE DI RITORNO
Tra tecnofobia e entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale, quali strategie per la cultura?

Con Alberto Aghemo, direttore di Tempo Presente
Francesco D’Isa, artista visivo, direttore della rivista L’Indiscreto e autore di La rivoluzione algoritmica delle immagini (Luca Sossella, 2024)
Severino Saccardi, direttore di Testimonianze e Vicepresidente del Cric
Stefania Valbonesi, redattrice di thedotcultura
Andrea Ventura, redattore di Left e curatore del saggio Pensiero umano e intelligenza artificiale L’Asino d’oro, 2024)

ore 18.00 | Sala Ketty La Rocca
Tlon presenta
LA SPIRALE DELLA STORIA
Come la nozione di ciclo sfida l’idea di progresso lineare 

con Irene Doda, autrice de L’utopia dei miliardari
Alessia Dulbecco, autrice de Il piacere sovversivo
Gregorio Magini, autore di Mitologia del complottismo
Loreta Minutilli, autrice di Messaggeri cosmici e redattrice della rivista Il Rifugio dell’Ircocervo
modera Francesco D’Isa, direttore della collana Urano di Tlon e della rivista L’Indiscreto

Domenica 21 settembre 

ore 17.00 | Palco
L’Indiscreto presenta
L’IMMAGINAZIONE CHE CREA COMUNITÀ
Cinque opere e quattro autori per disegnare un nuovo spazio comune

Quattro autori, con sensibilità e immaginari diversi, si confronteranno attorno a opere di diverse epoche che immaginano spazi comunitari: case dell’immaginario per ripensare il mondo e le relazioni e condividere con il pubblico suggestioni e prospettive.

Con Francesco D’Isa, scrittore, artista visivo e direttore de L’Indiscreto
Edoardo Rialti, traduttore, scrittore e redattore de L’Indiscreto
Francesca Matteoni, scrittrice, poeta e autrice de Animali, custodi di storie (nottetempo), Vanni Santoni, scrittore, redattore de L’Indiscreto e autore de Il detective sonnambulo (Mondadori)
Modera Tommaso Ghezzi, insegnante e critico letterario

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