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Mac&Cheese #52 - Viaggio in Groenlandia

Care abbonate e cari abbonati,

chi di voi ha partecipato all’ultimo LIT (Opens in a new window)sa che La McMusa ha iniziato la sua prima esplorazione letteraria al di fuori degli Stati Uniti. Il dibattito su La valle dei fiori dell’autrice Niviaq Korneliussen è stato molto partecipato: visto che la Groenlandia è sempre più al centro del dibattito politico e coerentemente con la missione del nostro progetto, che è quella di dare sempre più spazio alle voci spesso silenziate dalla narrazione bianca e occidentale, anche in questo Mac&Cheese vogliamo continuare a esplorare questa terra.

Lo facciamo attraverso gli occhi di un viaggiatore fidato, che è stato recentemente in Groenlandia: Gabriele Molli Violino. Di professione accompagnatore turistico e per hobby avventuroso globetrotter, da anni affianca Marta nei tour dei Book Riders.

Una piccola nota: in questa intervista usiamo il termine “groenlandese” per riferirci agli abitanti della Groenlandia. Il termine usato dai groenlandesi nativi per riferirsi a se stessi è Kalaallit. Questo termine, in lingua inuit, significa “uomo” o “gente”. La Groenlandia, in lingua groenlandese, è chiamata Kalaallit Nunaat, che significa “terra degli uomini” o “terra dei Kalaallit”.

Tutte le foto e i video sono di Gabriele.

Ciao Gabri! 

Viaggiare è il tuo mestiere, oltre che una tua grande passione. Sui social, quando hai raccontato il tuo recente viaggio in Groenlandia, hai parlato del desiderio di vedere il paese prima che questo rischiasse di diventare l’ennesima destinazione di massa. C’è questo rischio?

Secondo me, in parte sì: nel 2024 è stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale Nuuk, che dal 2025 accoglie anche rotte intercontinentali dirette. Ora si può volare in Groenlandia non solo passando dall’Islanda o dal Canada, ma direttamente da città come Copenaghen e dagli Stati Uniti. Questo inevitabilmente porterà più turismo, soprattutto perché il Nord è sempre più di moda e l’Islanda, per molti appassionati, è già una meta conosciuta: la Groenlandia diventa quindi il passo successivo.

Ho deciso quindi di andare ora, non perché fosse una priorità nella mia bucket list, ma per paura che in futuro il paese perdesse parte della sua autenticità, come è successo a certe destinazioni nordiche. Per fortuna, per come è organizzata la Groenlandia ora e per la forza della cultura locale, il rischio overtourism c’è, ma non è immediato: penso che sia rinviato.

[Nuuk]

Come ti sei preparato al viaggio? Ovviamente sappiamo che sei un professionista, ma qual è stata la “mappa”? Avevi dei desideri in particolare?

Sono partito da vincoli molto pratici: avevo solo una settimana di vacanza, che doveva includere la tappa a Copenhagen per prendere il volo diretto. Mi sono quindi chiesto come sfruttare al meglio il mio tempo in un Paese grande quasi quanto mezza Europa, dove le distanze tra le località sono enormi.

La mia “mappa mentale” è diventata un elenco di priorità: vedere il ghiaccio, superare il Circolo Polare Artico, cercare di avvistare animali e approfondire la cultura locale. La scelta logistica è stata quella di muovermi in traghetto, un mezzo meno usato dai turisti e dalle turiste perché non sempre disponibile, ma che offre un punto di vista diverso sul territorio.

Sapevo che, come ogni destinazione nordica, i costi sarebbero stati elevati e le strutture ricettive orientate a un turismo di medio-alto livello. Non essendo il mio interesse, ho preferito pernottare in guest house, una scelta che ha alleggerito il budget e mi ha permesso di entrare più in contatto con la popolazione locale, arricchendo notevolmente l’esperienza.

Cosa ti aspettavi dalla Groenlandia, in tre parole?

Mi aspettavo un territorio selvaggio, e su questo sono stato pienamente soddisfatto: la sensazione di trovarsi in una terra di frontiera, anche dal punto di vista culturale, è reale e palpabile. Mi aspettavo anche più turismo, ma questa previsione non si è avverata del tutto.

Un’altra aspettativa riguardava l’orgoglio nazionale. Pensavo che fosse esposto in maniera più evidente, con cartelli, slogan, eventi o iniziative volte a raccontare la propria identità ai visitatori. Invece è un orgoglio più silenzioso, meno “in vetrina”, che si percepisce nei gesti e nei comportamenti, e non in un’aperta volontà di promuoversi allo straniero.

Che tipo di turismo si fa in Groenlandia e che tipo di turisti e turiste hai trovato?

Negli ultimi cinque anni il turismo in Groenlandia è aumentato del 20%, con circa 3.000 arrivi internazionali al mese (35.000 l’anno). Circa la metà dei visitatori atterra a Nuuk e poi si sposta verso località più piccole e immerse nella natura, mentre l’altra metà resta in città per qualche giorno. È un turismo di fascia medio-alta, orientato ad attività naturalistiche e disposto a spendere molto per esperienze e spostamenti, spesso in elicottero o piccoli aerei. Questo rende la meta poco accessibile a giovani e famiglie, con prevalenza di turisti over 60.

[La passerella che da Nuuk porta alla zona panoramica per osservare il ghiacciaio: la zona è protetta dall’Unesco. Sotto: gli iceberg si staccano dal ghiacciaio ed entrano in mare.]

Contando che la tua esperienza è stata ovviamente di pochi giorni, come hai trovato i groenlandesi, anche rispetto a turisti e turiste?

Li ho trovati piuttosto distaccati, il che ha avuto due effetti opposti sulla mia esperienza. Da un lato è interessante perché li si può osservare nella vita quotidiana, senza atteggiamenti costruiti per compiacere chi porta soldi. Nei ristoranti e locali più comuni, di fascia media, ad esempio, devi cercarti da solo un posto e chiedere il menù al bancone: ti trattano come un pari, non come una fonte di guadagno.

Questo approccio, raro in destinazioni turistiche, mi è piaciuto, ma riduce l’interazione spontanea: per avere un vero scambio bisogna cercarlo attivamente. In generale, hanno un approccio gentile e sorridente, e quasi tutte le persone sotto i 40-50 anni parlano inglese, il che rende facile comunicare una volta che si rompe il ghiaccio. 

Quanto è possibile entrare in contatto con la cultura nativa dei luoghi, quanto invece questa è in generale“globalizzata” o europeizzata? Ad esempio, quale lingua si parla correntemente, quali prodotti si trovano nei negozi di alimentari, è possibile provare piatti “tipici” nei luoghi di ristoro?

Come dicevo, il contatto con i locali va cercato attivamente, creando uno scambio e facendo domande, ma questo può sembrare invadente se non c’è un contesto naturale di dialogo. La lingua ufficiale e più diffusa è il Kalaallisut, affiancato dal Tunumiit a est e dall’Inuktun a nord. L’inglese non è molto presente nella segnaletica, tranne nei cartelli essenziali, ma molte persone, soprattutto sotto i 50 anni, lo parlano.

La capitale Nuuk è fatta di case moderne e squadrate, e il lungomare con le casette colorate è il punto più fotografato. Basta però allontanarsi un po’ per vedere la vita quotidiana: al piccolo mercato ittico, ad esempio, si trovano prodotti locali insoliti, come mammiferi marini.

Ho avuto la fortuna di essere lì durante la preparazione della festa nazionale del 21 giugno: il giorno prima, le strade erano piene di donne in abiti tradizionali rossi e decorati con perline di vetro, stivali colorati in pelle di foca lavorata, i kamik. È stato uno dei pochi momenti in cui ho visto la tradizione in modo diretto.

Speravo di conoscere la cultura anche attraverso la cucina, ma non è stato semplice: nei ristoranti - dove si offrono perlopiù piatti occidentali come hamburger e patatine - ho trovato piatti come bue muschiato e renna, ma la vera cucina tradizionale — come la zuppa di foca tipica di Nuuk, che desideravo assaggiare — è casalinga e difficilmente accessibile ai turisti. La proprietaria della guest house si è offerta di cucinarla personalmente se fossi rimasto un giorno in più, ma purtroppo non ho potuto fermarmi. Ho rifiutato invece l’occasione di assaggiare carne di balena, per motivi personali.

[Nuuk]

Hai trovato tracce che parlassero, in qualche modo, delle opinioni dei e delle residenti rispetto alla relazione tra Groenlandia e Danimarca? E rispetto ai recenti interessi del Presidente degli Stati Uniti, sei per caso capitato in mezzo a discorsi, battute o opinioni?

Una delle cose che mi aspettavo di trovare, e che invece è mancata, era una manifestazione evidente di orgoglio nazionale o di protesta politica. Immaginavo simboli, slogan o merchandising legati al dibattito sull’indipendenza, ma non ne ho praticamente visti. Speravo di comprare il cappellino “Make America Go Away” diventato virale qualche tempo fa, la loro risposta al MAGA Hat, ma non l’ho trovato. Ho giusto intravisto qualche adesivo di protesta, come la bandiera danese barrata, fuori da un pub.

Pur sapendo, leggendo e informandomi, che il sentimento verso la Danimarca non è di sudditanza e che l’indipendenza è un tema sentito, nella vita quotidiana di un turista questo non emerge quasi per nulla

Le distanze: la Groenlandia è un luogo immenso: ti ha ricordato in qualche modo luoghi di frontiera come l’Alaska (che tu conosci benissimo), oppure le sensazioni e il modo di muoversi sul territorio sono diverse?

La Groenlandia mi ha ricordato molto l’Alaska, soprattutto per il senso di frontiera e la difficoltà negli spostamenti. Come in Alaska, i mezzi principali per muoversi sono gli aerei, le barche e, in inverno, i cani da slitta. Ma a differenza dell’Alaska, dove c’è una rete stradale centrale, in Groenlandia le strade sono praticamente assenti: si può percorrere solo un breve tratto intorno a Nuuk, ma per il resto si deve viaggiare via mare o aria.

Io ho scelto di spostarmi con un traghetto che passa ogni tre giorni e che collega poche cittadine: una nave con venti cabine e cento posti in letto a castello, tipo ostello galleggiante. A bordo, metà dei viaggiatori erano locali che usano il traghetto per spostarsi normalmente, e metà turisti. È stata un’esperienza molto suggestiva, con la sensazione di esplorazione verso nord attraverso il mare e il ghiaccio.

Per quanto riguarda la popolazione, in Groenlandia il contatto con i nativi è molto più diretto. Le cittadine seguono un’impostazione urbanistica europea: sono piccoli centri raccolti, con una via principale e le case tutte intorno. I nativi vivono nello stesso tessuto urbano degli altri, quindi li incontri al supermercato, in piazza, ovunque. La maggior parte della popolazione, direi un buon cinquanta o settanta per cento, è di origine Inuit, quindi è impossibile non avere interazioni.

In Alaska invece è diverso. L’impostazione è quella tipica americana: città più disperse, zone residenziali separate, e i nativi spesso vivono in villaggi o aree (Opens in a new window) lontane dai centri principali. Camminando per la città di Anchorage, per esempio, ti puoi imbattere in persone native che gestiscono banchetti dedicati ai Malamute, piccoli gruppi di protesta e purtroppo senzatetto. Nei centri più piccoli (ad esempio Nenana, Talkeetna…) capita di incontrarli, ma è più raro: bisognerebbe andare verso le loro comunità, in genere disperse nel territorio non direttamente toccato dalle strade.

In Groenlandia il contatto con i nativi è invece naturale: forse meno romantico, perché sembra che la popolazione autoctona abbia fatto pace con l’Occidente, adeguandosi ai suoi tempi e modi di vita.

[Il traghetto utilizzato da Gabriele per gli spostamenti e una scolaresca del luogo che gioca in spiaggia dopo una pausa pranzo al mercato del pesce.]

Il luogo o la sensazione che ti rimarrà nel cuore.

Un momento che mi porto nel cuore è stato durante un’escursione di whale watching in solitaria (le altre persone che avevano prenotato l’esperienza  avevano cambiato programma). Mi trovavo a Ilulissat, letteralmente “la città degli iceberg”. La parola stessa significa Iceberg: qui c’è il Sermeq Kujalleq, il ghiacciaio più grande del mondo, escludendo l’Antartide. Navigando tra iceberg e fiordi, il marinaio che conduceva la barca mi ha mostrato la grande distesa bianca che si intravedeva lontana, oltre le montagne: non era un ghiacciaio qualsiasi, era la calotta polare, il cuore di un mondo quasi inesplorato e misterioso.

Questo momento mi ha fatto sentire piccolo, quasi come un bambino, di fronte all’immensità e alla forza della natura. Ho provato una sensazione intensa di fragilità umana e di breve durata della vita, una sorta di riscoperta dell’innocenza e della meraviglia, come se stessi guardando qualcosa che va oltre il tempo e lo spazio comuni. È stata una frontiera sia fisica che emotiva, un ricordo potente di quanto l’essere umano sia minuscolo e, al contempo, la consapevolezza di essere fortunato a poter vedere questo angolo remoto del mondo.

Un momento speciale è stato quello che ho vissuto a Ilulissat, durante il sole di mezzanotte: la luce permette alle persone di vivere la giornata in modo straordinario, con bambini e ragazzi che giocano a calcio anche a mezzanotte (tanto che vanno a letto tardissimo e la loro giornata inizia intorno alle dieci di mattina) o che si insegnano a vicenda a usare i kayak sulle spiagge piene di iceberg. Ho potuto scambiare due parole con loro, rimanendo comunque osservatore di una gioia collettiva e di una vita che si prolunga sfruttando quella luce quasi infinita.

https://youtube.com/shorts/Dj7hy-Uv_30 (Opens in a new window)

[L’avvistamento della calotta polare durante l’escursione di whale watching.]

Un cambiamento di prospettiva che ti sei portato a casa e un’idea della quale hai trovato conferma.

Il cambiamento di prospettiva che ho vissuto è stato piacevole, soprattutto perché ho realizzato che la Groenlandia non è ancora pronta — per scelta o per fortuna — ad accogliere quel turismo estremo che temevo di incontrare. Credo quindi che il cambiamento in quella realtà avverrà, ma molto più lentamente di quanto immaginassi.

Quello che invece ho trovato conferma — come dicevo prima — è che viaggiare da soli, ovunque nel mondo, è un’esperienza preziosa per mettersi alla prova con se stessi e con il mondo esterno.

Hai letto, guardato, ascoltato qualcosa per prepararti al viaggio? E sei tornato con qualche titolo da appuntare per il futuro?

La mia passione per il Nord probabilmente nasce da esperienze scolastiche e culturali, come i cartoni animati di Sibert La Foca (Opens in a new window), che mi hanno fatto sognare paesaggi simili al grande bianco :-) 

Consiglio a chi non li conosce di cercare su YouTube il film Antarctica (Opens in a new window) in HD, che può essere anche traumatico per la sua crudezza (con la Groenlandia ci troviamo in Artide, ma può essere utile).

All’università, studiando cinema, ho scoperto il documentario Nanook From the North (Opens in a new window) (da noi tradotto come Nanuk l’eschimese) di Robert Flaherty del 1922, primo film etnografico che documentava la vita degli Inuit in Canada prima che il progresso cancellasse molte delle loro tradizioni.

Negli anni ho anche visto film più recenti legati al Nord come Nuummioq (Opens in a new window), la storia di un viaggio introspettivo nella Groenlandia settentrionale, e Inuk (Opens in a new window), che racconta la vita e le sfide di un giovane Inuit che si confronta con la perdita del padre e la sua cultura.

Durante il viaggio in Groenlandia ho letto libri che mi hanno immerso ancora di più nel territorio e nella sua cultura, come La valle dei Fiori (Opens in a new window)di Niviaq Korneliussen e A Nord di Thule (Opens in a new window)di Knud Rasmussen, un autore danese nato proprio a Ilulissat, che ha trascorso la vita tra il mondo moderno e la calotta polare.

Queste opere mi hanno preparato e lasciato il desiderio di scoprire ancora di più, sperando che nel futuro ci siano più film e libri dedicati a queste terre così poco raccontate, visto che il panorama cinematografico legato al Nord è ancora molto limitato ma promettente.

[Dal binocolo: un pescatore, in basso a sinistra, pesca nell’immenso ghiacciaio di Ilulissat, il Sermeq Kujalleq, il più grande del mondo dopo l’Antartide.]

Grazie Gabri! È stato entusiasmante e interessante continuare con te la nostra esplorazione della Groenlandia!

Alla prossima e un saluto a tutti e tutte voi.

Valeria

Topic Terra e Wilderness

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